Nel Sud del Libano la guerra non è finita, anche se da oltre un anno esiste un cessate il fuoco che sulla carta dovrebbe aver congelato il fronte. Gli attacchi condotti dall’IDF nelle ultime ore contro infrastrutture di Hezbollah, inclusi tunnel sotterranei, siti di lancio di razzi e campi di addestramento, si inseriscono in una strategia che mira a impedire al movimento sciita di ricostruire capacità operative compromesse dal conflitto del 2024 e dalle operazioni successive. Non si tratta di un’escalation improvvisa, ma della prosecuzione di una linea già tracciata, fatta di interventi chirurgici e di un controllo costante di un confine che resta uno dei più instabili della regione.
Secondo le Forze di difesa israeliane, i bersagli colpiti lunedì erano strutture utilizzate per pianificare e preparare attacchi contro Israele, nonché pozzi di accesso a tunnel impiegati per lo stoccaggio di armi. Elementi che, dal punto di vista israeliano, costituiscono una violazione sostanziale degli accordi che hanno posto fine ai due mesi di combattimenti aperti in Libano e che dovrebbero garantire l’assenza di milizie armate a sud del fiume Litani. L’assenza di vittime segnalate non cambia il significato politico dell’operazione, che punta a mantenere la pressione su Hezbollah senza innescare una nuova spirale di violenza su larga scala.
A fare da detonatore immediato è stato un episodio avvenuto la notte precedente, quando un individuo è stato individuato sul lato libanese della barriera di sicurezza nel settore della Galilea occidentale. L’esercito israeliano ha seguito i suoi movimenti per ore, dispiegando anche mezzi corazzati ed elicotteri, e ha aperto il fuoco per allontanare quella che veniva considerata una potenziale minaccia. L’incidente si è chiuso senza sconfinamenti né scontri diretti, ma ha confermato quanto sottile resti la linea che separa la sorveglianza dalla reazione armata.
Il contesto resta quello di un cessate il fuoco fragile, negoziato con la mediazione degli Stati Uniti dopo un conflitto che aveva costretto circa sessantamila residenti del Nord di Israele ad abbandonare le proprie case a causa dei lanci quasi quotidiani di razzi da parte di Hezbollah, iniziati l’8 ottobre 2023, il giorno successivo all’attacco di Hamas nel Sud di Israele. L’accordo prevedeva il ritiro sia delle forze israeliane sia dei miliziani sciiti dal Sud del Libano, con il dispiegamento dell’esercito regolare libanese, mentre Israele ha mantenuto soltanto alcune postazioni considerate strategiche lungo il confine.
Da allora, secondo dati forniti dall’IDF, oltre quattrocento operativi di Hezbollah e di gruppi alleati sarebbero stati uccisi in attacchi mirati, centinaia di siti militari colpiti e più di un migliaio di incursioni o operazioni di minore entità condotte nell’area. Numeri che raccontano una pressione costante, pensata per erodere le capacità residue del movimento sciita e per segnalare che ogni tentativo di riorganizzazione verrà intercettato.
Sul piano politico e militare, Hezbollah appare indebolito e sottoposto a crescenti pressioni interne e internazionali affinché consegni le armi, almeno nella fascia meridionale del Paese. L’esercito libanese ha annunciato di aver completato le operazioni di disarmo a sud del Litani, una dichiarazione accolta da Israele con cauto apprezzamento ma giudicata insufficiente. È in questo spazio di ambiguità, tra impegni formali e realtà sul terreno, che si collocano i raid delle ultime ore, destinati a ricordare che, per Israele, la stabilità del confine settentrionale passa prima di tutto dal controllo di ciò che Hezbollah costruisce, soprattutto sotto terra.ano. Hezbollah non molla, Israele nemmeno.
Libano. Hezbollah non molla, Israele nemmeno.

