Nel Medio Oriente sono ancora molte le contraddizioni e i pericoli: in un mondo in cui non c’è un vero equilibrio nelle relazioni internazionali e dove hanno difficoltà ad affermarsi leadership solide fondate su chiari obiettivi, dove anche chi ha posizioni giuste spesso dimostra difficoltà a dominare le arti della diplomazia, le tendenze alla frammentazione politica, al moltiplicarsi dei soggetti in campo in ogni angolo della Terra sono ancora molto forti.
E così si creano divisioni anche in quello che fu un tempo un saldo fronte degli Stati della penisola araba, tra sauditi ed emiratini, divisioni che in parte riflettono un’attività di una Turchia impegnata a tornare a essere protagonista dalla Siria alla Libia, dal Qatar alla Somalia.
Senza nascondersi la complessità del momento, però sarebbe sbagliato sottovalutare i fattori positivi che iniziano a emergere. E tra questi il più incoraggiante è la rivolta del popolo iraniano contro il regime degli ayatollah.
Quando si leggono le parole di Alì Khameney che definisce il Gran bazar di Teheran una componente “fedele, sana e rivoluzionaria” del sistema, si comprende come, questa volta, in Iran non si sia in una situazione simile al 2022 quando fu possibile reprimere nel sangue, ma abbastanza agevolmente, la rivolta di donne e studenti. Non va dimenticato infatti come il Gran bazar sia stata la forza principale che nel 1979 guidò la rivolta contro lo scià e preparò la vittoria di Ruhollah Khomeini: e questo stesso ricordo spiega il panico del regime.
Bill Emmott scrive su questo scenario diverse sciocchezze in un articolo pubblicato dalla Stampa in questi giorni, spiegando come il fattore decisivo del momento sia stato l’annuncio del riconoscimento dello Stato della Palestina da parte di Francia, Spagna, Gran Bretagna e alcuni altri Stati occidentali: solo uno snobismo britannico allo sbando, interprete di antichi rancori, può spiegare una simile presa di posizione.
È evidente infatti che il fattore decisivo nel mettere in movimento la storia mediorientale sia stato l’impegno delle forze armate e dell’intelligence israeliane che ha destrutturato parte decisiva delle forze armate iraniane e di quelle dei suoi complici finanziati da Teheran cioè Hezbollah, Hamas, Pasdaran iracheni, truppe siriane filo Bashar al-Assad, e in parte gli Houthi: naturalmente il fattore militare di per sé non risolve definitivamente complesse situazioni storicamente determinate ma è decisivo per aprire la strada a una soluzione dei complessi problemi dell’area della Mezzaluna fertile, quella definita dai grandi fiumi del Nilo, del Giordano, del Tigri e dell’Eufrate, sino a qualche mese fa dominata dagli ayatollah iraniani.
Sostanzialmente ha ragione Yaroslav Trimonov sul Wall Street Journal quando scrive di una crisi del jihadismo di fronte alle sconfitte strategiche subite nella fase più recente. Interessante anche il paragone che Trimonov fa con il movimentismo degli anni Sessanta, sul come questa cultura rivoluzionaria abbia esercitato un certo effetto egemonico sia sulle nuove generazioni orientate nichilisticamente, cioè negatrici della realtà delle cose, in Occidente, sia programmaticamente nel Terzo Mondo presentandosi come una soluzione realistica dei problemi di questa area del mondo. Finito l’incanto iniziale, i protagonisti del movimento nato nel ’68, in parte sono ritornati in sé puntando su politiche realistiche, in parte sono sprofondati nel delirio terroristico: così come allora, i recenti tragici attentati in Australia e l’intensificarsi dell’azione dell’Isis soprattutto in Africa sarebbero, in questo senso, il segno non di una vitalità del fondamentalismo islamico ma di un suo progressivo e ancora pericolosissimo suicidio.
In questo contesto è vero che l’Europa ha un suo ruolo da giocare sia per risolvere i nodi politici che permettono di trasformare in scelte risolutive una situazione abbastanza positiva sia per contenere i colpi di coda terroristici di un jihadismo sia pur in crisi ma ancora feroce, ma questo ruolo europeo non può essere quello che suggerisce Emmott cioè di ostacolare le mosse di Stati Uniti e Israele, bensì quello di affiancarle – come suggeriscono i leader europei più responsabili da Friedrich Merz a Mark Rutte, da Giorgia Meloni a Kyriakos Mitsotakis – aiutando anche un coordinamento con soggetti talvolta riluttanti come Turchia, Egitto ed emiratini, e consolidando lo sforzo verso una soluzione politica espressa dai sauditi, dalla Giordania e dalla parte più responsabile del mondo islamico, dal Marocco all’Indonesia.
L’Europa davanti al vuoto di Teheran
L’Europa davanti al vuoto di Teheran

