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Lettera aperta a Giorgia Meloni

Vincenzo Petrone

Tempo di Lettura: 4 min
Lettera aperta a Giorgia Meloni

Mercoledì 18 marzo 2026

Signora Presidente del Consiglio,

ella consentirà a un diplomatico a riposo, senza ambizioni personali in gioco e senza affiliazioni politiche neanche indirette, di offrirle una chiave di lettura senza censure della guerra in Iran e degli interessi italiani in gioco. E, domani, delle trattative diplomatiche che inizieranno quando, tra qualche giorno, le bombe smetteranno di cadere.

Devo purtroppo premettere di considerare l’Amministrazione Trump l’insidia più grave che l’unità del mondo occidentale abbia dovuto affrontare da 80 anni a questa parte. Ma questo non mi impedisce di pensare anche che l’America oggi stia facendo una guerra che, nella sua fase conclusiva, ossia nello Stretto di Hormuz, dovremmo appoggiare con la nostra Marina, tra le prime dieci al mondo. E questo per la semplice ragione che la libertà di navigazione nel Golfo Persico per l’Italia è essenziale.

La guerra, come Ella ha sostenuto in Parlamento, è iniziata al di fuori del perimetro del diritto internazionale. Ma l’Iran ha adesso creato il pieno fondamento giuridico per l’intervento militare, chiudendo arbitrariamente e selettivamente una via di traffico internazionale di interesse vitale per la comunità internazionale. Nel definire l’orientamento del nostro Governo circa la partecipazione o meno alle operazioni navali per riaprire lo Stretto di Hormuz, credo che Ella non potrà prescindere da una valutazione specifica di come stia realmente andando questa guerra.

Sono passati 18 giorni dall’inizio delle operazioni israeliane e statunitensi e, nonostante le goffaggini e le contraddizioni della comunicazione strategica della Casa Bianca e del Pentagono, oggi sul terreno si intravede una realtà evidente. Mi riferisco alla progressiva neutralizzazione della capacità iraniana di proiezione esterna della minaccia esistenziale che per decenni la teocrazia al potere a Teheran ha rappresentato per la sicurezza di Israele e, in secondo luogo, delle monarchie del Golfo Persico. Oggi, con il blocco di Hormuz, Teheran sta minacciando anche noi: la nostra economia e le nostre linee di fornitura energetica.

Parti del mondo politico e della stampa italiana sostengono che Israele e gli Stati Uniti, con questo intervento, abbiano innescato una spirale di rappresaglie iraniane e aumenti dei costi globali del petrolio, favorendo indirettamente Putin, senza aprire alcuna prospettiva di pace. Questa lettura è una mistificazione della realtà. Dopo l’accordo nucleare del 2015, l’Iran non ha mai rinunciato a rafforzare le proprie capacità militari: difese antiaeree, arsenali missilistici, droni Shahed e infrastruttura nucleare.

L’intelligence americana stima che circa l’80 per cento della capacità missilistica iraniana sia già stata eliminata. I siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz risultano gravemente compromessi. Da qualche giorno, israeliani e americani sono passati alla seconda fase della guerra, quella della distruzione della struttura industriale e tecnologica che ha reso possibile produrre missili, droni e uranio arricchito. Sì, ma la pace non si raggiunge con le bombe. Certamente. A questi risultati dovrà seguire un negoziato diplomatico che ridisegnerà il Medio Oriente e i suoi equilibri. È evidente che per una pace duratura serviranno diplomazia, politica estera e sviluppo economico.

In ragione di quanto precede, è sbagliato sostenere che questa guerra non riguardi l’Europa. La chiusura dello Stretto di Hormuz la rende un problema anche nostro. La Francia si prepara, la Gran Bretagna invierà navi, altri paesi europei osservano con attenzione. La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è un nostro diritto e un interesse vitale. Partecipare alle operazioni comporta rischi, ma inferiori a quanto spesso si sostiene.

Un diplomatico come chi scrive può solo augurarsi che l’Italia sia coinvolta nella definizione della nuova architettura politico-diplomatica che emergerà dopo la guerra. Questa architettura avrà come pilastro un Iran laico, se non democratico, capace di tornare a essere un attore di stabilità. Se l’Italia assumerà un ruolo attivo oggi, potrà rivendicare un posto da protagonista negli accordi di pace.

Le porgo i sensi della mia più alta considerazione.
Vincenzo Petrone
Ambasciatore a.r.


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