Qualcosa, nella foga globale anti-israeliana e antisionista, appare qualitativamente diverso dal normale dissenso politico. Il tono non è semplicemente moralistico: è carico di affetto, teatrale, compulsivo. I manifestanti urlano, piangono, scandiscono slogan scollegati dalla realtà concreta o da richieste precise, mostrando livelli di attivazione emotiva più vicini al trauma personale che al dibattito pubblico. Somiglia meno a un tentativo di convincere e più a un’espressione, e a una valvola di sfogo.
Colpisce anche il fatto che molte di queste proteste siano guidate da donne, e che esprimano spesso uno stile codificato come più femminile: emotivamente esplicito, relazionale, amplificato collettivamente. Nei momenti di massima intensità, l’atmosfera assume qualcosa di quasi bacchico, una escalation condivisa in cui l’intensità emotiva finisce per diventare di per sé prova di verità morale. Più si sente, più si ha ragione. L’esibizione affettiva diventa virtù.
Dentro questo clima emotivo prende forma una reazione difensiva. L’indignazione diventa un modo di prendersi cura, di difendere i vulnerabili, di collocarsi dalla parte dell’innocenza. Il risultato è una prossimità condivisa, costruita attraverso difesa, necessità e coinvolgimento. Non è un caso che slogan fortemente carichi come “assassini di bambini” emergano con forza, riducendo il conflitto in un dramma morale che attiva istinti primari, quasi genitoriali: una volta inquadrata così, la difesa dell’innocenza finisce per giustificare quasi tutto.
Ma questa sensazione di intimità si organizza attorno a una dinamica più profonda: il potere è percepito come freddo, imposto, intrinsecamente ingiusto, e quindi rifiutato anziché affrontato.
Quel rifiuto viene poi proiettato all’esterno. Israele non è più considerato come uno specifico Stato-nazione, ma come un oggetto simbolico su cui si depositano risentimento, rabbia, senso di colpa e vergogna. Viene rappresentato come iper-maschile e patriarcale: potente, delimitato, armato, emotivamente contenuto. I palestinesi, al contrario, sono resi insieme nobili e infantilizzati: vittime pure, ma anche romanticamente idealizzate come figure primordiali e istintive, con una sottotraccia attrattiva che sfiora l’erotico. Il conflitto viene diviso in colpevoli e innocenti, con i “combattenti per la libertà” elevati a figure redentrici, quasi erculee.
Questa classificazione morale è spesso formalizzata attraverso il linguaggio del “colonialismo d’insediamento”, diventato una cornice dominante, benché fuorviante, nel discorso attivista. In pratica, questo schema dà forma ideologica a un modello psicologico più profondo: la riscrittura dell’autorità come imposizione illegittima e della vulnerabilità come innocenza morale. Israele è descritto come una presenza imposta e illegittima, un’estensione del potere occidentale, mentre i palestinesi sono collocati come indigeni e quindi moralmente puri.
Questa trasposizione, dalla descrizione politica all’identità morale, intensifica rapidamente la carica emotiva. Quello che nasce come un’asserzione storica si trasforma in un dramma di trasgressione e innocenza, in cui il potere non viene solo criticato ma vissuto come intrusione, e l’opposizione non solo giustificata ma sentita come una scarica.
La contraddizione, cioè considerare i palestinesi sia idealizzati che pericolosi, e allo stesso tempo incapaci di rappresentanza, non è casuale. Serve a uno scopo. L’infantilizzazione scusa la violenza; la romanticizzazione la nobilita. Insieme creano una zona di esenzione morale che non verrebbe mai concessa a un adulto pienamente responsabile. È la logica con cui si tratta un bambino: si è indulgenti, si giustifica, si protegge dalle conseguenze, anche quando fa danni.
Questo tipo di classificazione morale è psicologicamente rassicurante. Permette aggressività senza senso di colpa e compassione senza confronto reale. L’intensità dell’indignazione finisce per somigliare meno a una convinzione e più a una gratificazione emotiva.
Il modello diventa ancora più chiaro nel modo in cui il movimento tratta potere e violenza. L’aggressione è ammessa, e talvolta persino glorificata, quando viene riformulata come “resistenza”. La violenza diventa nobile se descritta come istintiva o reattiva. Allo stesso tempo, la responsabilità viene percepita come un’imposizione anziché come una necessità. La rabbia prende il posto del giudizio. L’intensità si sostituisce alla verità.
Questa stessa logica aiuta a spiegare un fenomeno più sgradevole: la disponibilità, in alcuni ambienti, a giustificare o attenuare la realtà di regimi apertamente oppressivi come quello iraniano. L’attrattiva non sta nella loro giustizia, ma nel fatto che sono collocati in opposizione a un male percepito come maggiore. Quando il giudizio morale si organizza intorno all’allineamento, l’opposizione stessa diventa una forma di virtù. L’agire si offusca, la responsabilità si attenua, e azioni che altrimenti verrebbero condannate vengono reinterpretate come risposte o difese. Non conta più che cosa si fa, ma a chi lo si fa.
Anche la forza è sottoposta a un doppio standard. La forza ordinata, padrona di sé, viene condannata come oppressiva; quella reattiva e ferita viene romanticizzata come autentica e coraggiosa. Israele, e più in generale gli ebrei, finiscono per simboleggiare non solo il potere, ma la struttura, l’ordine, il limite. Tutto ciò diventa intollerabile in una cultura che tende a privilegiare il sentimento rispetto al contenimento. Il desiderio di forza non scompare: si sposta. Si aggancia a figure rappresentate come oppresse, “combattenti della resistenza”, dove la forza può essere ammirata senza disagio morale. Viene respinta quando governa, accolta quando può essere inscritta nella vittimizzazione.
Per alcuni, il conflitto diventa il palcoscenico di dinamiche irrisolte con l’autorità. Israele assume i tratti di una figura paterna, non solo esigente ma percepita come fredda, trattenuta, iniqua. Abile, insolente, poco sensibile alla dimensione emotiva, finisce per incarnare l’autorità in quanto tale. La reazione non è soltanto opposizione politica, ma qualcosa di più simile a una rivolta emotiva. L’opposizione a Israele diventa un modo socialmente accettabile per rifiutare l’autorità stessa, vissuta non come elemento stabilizzante ma come oppressione.
Allo stesso tempo emerge una dinamica complementare. Per molti uomini in particolare, il conflitto offre uno spazio legittimato in cui riattivare potere, aggressività e dominio, dopo averli repressi o patologizzati nella propria vita. Uomini che si sentono limitati nell’esprimere la forza possono viverla per procura, ammirandola a distanza o partecipandovi indirettamente, purché sia inquadrata come giusta. La violenza, quando viene codificata come resistenza, diventa non solo lecita ma seducente: un oggetto di identificazione, perfino di soddisfazione nascosta, uno sfogo scambiato per chiarezza morale.
Questa dinamica non opera solo attraverso l’identificazione, ma anche attraverso l’attrazione. Alcune persone, deluse da forme di mascolinità stabili o protettive, possono sentirsi attratte da espressioni più caotiche e non contenute, percepite come vive proprio perché senza limiti. In entrambi i casi, l’aggressività viene vissuta senza assunzione di responsabilità. L’energia è reale, ma la responsabilità è esternalizzata. La protesta diventa un palcoscenico su cui impulsi possono essere messi in scena simbolicamente, senza essere riconosciuti come propri.
Un’altra dimensione è l’attrazione per l’auto-condanna. Per molti in Occidente, lontani da un pericolo reale, l’attivismo diventa un modo per mettere in scena una solennità morale. Il senso di colpa non elaborato, legato al potere, alla storia, all’eredità, non resta immobile: cerca uno sbocco. Quando non viene metabolizzato interiormente, viene spostato all’esterno, agganciandosi a un oggetto visibile. L’accusa diventa una forma di scarico: individuando il male altrove, il sé si alleggerisce temporaneamente del proprio peso. Si può sentire il carico dell’ingiustizia senza pagarne il costo. Israele, come Stato funzionante che rifiuta rituali di auto-negazione, diventa intollerabile proprio perché non accetta di assorbire quella colpa.
Questi schemi riecheggiano anche antichi stereotipi antiebraici. Gli ebrei hanno occupato a lungo una posizione instabile nell’immaginario occidentale: allo stesso tempo potenti e vulnerabili, interni ed esterni, particolari e universali. Questa combinazione li rende particolarmente disponibili come oggetti di proiezione: abbastanza piccoli da essere colpiti, abbastanza visibili da caricarsi di significati simbolici, e storicamente associati alla legge, alla continuità e all’esigenza morale. Israele eredita questo ruolo su scala globale, diventando non semplicemente uno Stato tra gli altri, ma un oggetto simbolico concentrato su cui vengono proiettate ansie più ampie su potere e sopravvivenza.
Questo non è un argomento contro la critica a Israele. Una critica legittima è specifica, delimitata, proporzionata, basata su fatti reali. Ciò che distingue il momento attuale è l’assenza di questi limiti. Israele non è trattato come un attore tra molti, ma come una forza singolarmente maligna, la cui stessa esistenza viene presentata come un’offesa. Quando la critica diventa ossessione, e l’indignazione un rituale, è segno che è in gioco qualcosa di più profondo.
Questo aiuta a capire perché un’intensità simile si concentri su Israele piuttosto che su conflitti ben più sanguinosi. Israele si colloca su una linea di frattura culturale: occidentale ma non cristiano, antico e insieme moderno, vulnerabile ma forte. Incorpora elementi che destabilizzano una cultura sempre più organizzata attorno al risentimento e all’immediatezza emotiva. Il suo rifiuto di scusarsi per la propria esistenza lo rende un bersaglio particolarmente potente. La reazione non riguarda soltanto ciò che Israele fa, ma ciò che rappresenta: limite, autorità, persistenza, percepiti sempre più non come fattori di stabilità ma come oppressione, e concentrati in modo unico in un popolo a lungo considerato insieme modello ed eccezione.
La maggior parte dei partecipanti non è consapevole di queste dinamiche. Proprio per questo il comportamento si intensifica. Quando le emozioni sottostanti vengono attivate ma non analizzate, si rafforzano. Le contraddizioni si moltiplicano. La risposta diventa ripetizione: slogan più forti, linguaggio più duro, certezza crescente.
Ciò che appare come passione politica è spesso la proiezione di un conflitto interiore su una scena esterna. Ciò che si presenta come chiarezza morale è frequentemente una semplificazione che protegge il sentimento dall’esame. E ciò che si definisce solidarietà può essere, a volte, una forma distorta di intimità: un modo per sentirsi vicini senza affrontare la differenza.
In questa prospettiva, l’ossessione anti-israeliana somiglia meno a un confronto con la storia e più a un rituale di coesione e di sfogo: rabbia condivisa, prossimità simulata, e il sé lasciato in gran parte inesplorato.
L’erotica dell’odio
Andrew Abrahams
Fondatore di Open Eye Pictures e regista di documentari (Under Our Skin, Il fuoco di Alfredo), candidato agli Emmy e due volte inserito nella shortlist degli Oscar; è anche scrittore e fotografo e vive nella Bay Area di San Francisco.