Il discorso che Leone XIV ha pronunciato il 9 gennaio di fronte al Corpo diplomatico è particolarmente significativo per la forza e la nettezza con cui ha sottolineato la necessità di difendere la libertà religiosa nel mondo, ricordando le parole di Benedetto XVI che definiva questa libertà “il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona”.
La libertà religiosa è in discussione perché, ha detto il Pontefice, “il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto”, e poi con puntualità ha ricordato tutte le persecuzioni contro i cristiani “in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, così come nel grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico”. Non è islamofobico sottolineare come sia proprio la concezione del jihad come mezzo di espansione della religione musulmana ad alimentare una parte rilevante delle persecuzioni citate. Non è islamofobico sottolineare questo stato di fatto perché oggi una parte rilevante del mondo islamico, ora modernizzatore ora riformatore, ripudia questa concezione della “guerra santa”, e sono molti gli imam, anche in Occidente, che contestano quegli imam impegnati nel sostenere o finanziare organizzazioni terroristiche come Hamas. Peraltro, è utile osservare che alle persecuzioni dei cristiani nel cosiddetto Global South va comparata anche una crescita preoccupante dell’antisemitismo nello stesso Occidente, un’altra forma storicamente consolidata e infame di persecuzione religiosa.
Queste parole del Papa, che rappresentano un appello mirabile a prendere coscienza senza timidezza della realtà, si inseriscono poi in una riflessione più generale sulle grandi questioni che scuotono la nostra epoca, con al centro la questione del rispetto degli esseri umani e quindi del contrasto alla guerra, cioè del primo agente contro la vita umana. Questa riflessione parte dalla dialettica agostiniana tra la Città di Dio e la Città dell’uomo, dunque tra i principi morali di una persona religiosa e la concretezza dei processi politici. Leone XIV invita l’umanità a non separare i dettati della morale da quelli dell’azione pratica: la ricerca della pace non può essere solo un’invocazione retorica; deve diventare una pratica politica.
In questo senso, credo che, mentre è un ipocrita chi vuole la pace e non si dà da fare per costruirla, diventa un predicatore inefficace chi non coglie la concreta dialettica possibile tra Città di Dio e Città dell’uomo. È un uomo di pace coerente chi vuole che palestinesi di Gaza e della Cisgiordania convivano civilmente e con una propria entità statutale con gli ebrei e i palestinesi, oltre il 10 per cento della popolazione, di Israele.
È una persona che non fa i conti con la Città dell’uomo chi non si rende conto di come l’odio antisemita seminato in certe aree del Medio Oriente debba essere estirpato per guidare il concreto processo auspicato. Ci vorrebbe l’intelligenza degli Alleati dopo il 1945, quando non vollero punire i tedeschi per i crimini di Adolf Hitler ma organizzarono, attraverso la costituzione, le leggi e i necessari presidi militari, un rigoroso processo di denazificazione della Germania. Sarebbe meraviglioso se lo slancio spirituale ma insieme concreto di Leone XIV riuscisse a mobilitare l’Unione europea e la Lega araba per definire quel corpo militare ma pacifista necessario per denazificare le popolazioni palestinesi ai confini di Israele.
Così la dialettica tra Città di Dio e Città dell’uomo deve operare anche su un altro grande problema sollevato dal Pontefice nel discorso di cui scriviamo: la questione dell’immigrazione, che però non può essere affrontata senza parlare dei confini come forma necessaria per identificare quelle comunità che consentono all’umanità di vivere in pace. Trovare il modo concreto per superare la reale e ineliminabile contraddizione tra il rispetto della singola persona umana e i diritti collettivi di comunità umane è un problema che non si risolve solo moralmente: ha bisogno di scelte giurisdizionali e di apparati che le fanno rispettare, molto precise.
È vero poi che l’Onu, dopo il 1945, ha in qualche modo reso concreti principi da Città di Dio, innanzitutto quello della pacifica convivenza tra comunità umane, ma lo ha fatto nella concretezza della Guerra fredda, con annesse guerre, spesso “civili”, ma non solo (Corea, Ungheria, Suez, Vietnam, Cecoslovacchia, Israele, Grecia, Argentina, Cile), nonché con sistemi oppressivi che non sono mancati. E anche oggi bisogna prendere atto che quella stagione apertasi dopo la fine della Guerra fredda, con la crescita di enti multilaterali che consentivano all’umanità una pacifica convivenza sul pianeta, ha subito un’interruzione con gli attentati alle Torri gemelle di Manhattan del 2001, la svolta egemonistica della Cina tra il 2009 e il 2011, l’invasione russa dell’Ucraina e le stragi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Le parole del Papa costituiscono un esemplare invito a riprendere la strada interrotta più o meno venticinque anni fa, ma per tornare a un’egemonia della Città di Dio su quella dell’uomo non basteranno gli appelli spirituali, per quanto entusiasmanti come quelli di Leone XIV: bisognerà imboccare anche le imperfette vie della politica per raggiungerla compiutamente.
Leone XIV e il coraggio della realtà
Leone XIV e il coraggio della realtà

