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L’eco di Teheran attraversa il subcontinente

La morte di Khamenei provoca proteste e lutto tra milioni di sciiti indiani

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
L’eco di Teheran attraversa il subcontinente

La notizia della morte di Ali Khamenei ha attraversato il Medio Oriente come una scossa immediata, tuttavia le sue conseguenze politiche e simboliche si sono manifestate con forza anche molto più lontano da Teheran, in un luogo che a prima vista sembrerebbe periferico rispetto alla crisi regionale. L’India, paese gigantesco e politicamente legato a Israele da una cooperazione sempre più stretta sul piano militare e tecnologico, si trova ora a fare i conti con una reazione popolare che mostra quanto il quadro interno sia complesso e stratificato.

Nel giro di poche ore dall’annuncio ufficiale della morte della Guida Suprema iraniana, filmati provenienti da varie città indiane hanno cominciato a circolare sui social e sui canali televisivi locali mostrando scene di lutto collettivo e manifestazioni di protesta. Migliaia di fedeli sciiti si sono riuniti nelle strade per commemorare Khamenei con rituali tradizionali di penitenza, mentre i leader religiosi locali hanno pronunciato sermoni durissimi contro Israele e gli Stati Uniti, accusati di aver colpito un’autorità che per molti fedeli rappresentava un riferimento spirituale oltre che politico.

Per comprendere la portata di queste reazioni bisogna ricordare che l’India ospita la seconda comunità sciita più numerosa al mondo, stimata intorno ai quarantacinque milioni di persone. In questo universo religioso la figura della Guida Suprema iraniana non veniva percepita soltanto come il vertice di un regime straniero, bensì come un marja’ taqlid, cioè un’autorità giuridico-religiosa capace di orientare la vita spirituale dei credenti. Per una parte significativa della popolazione sciita indiana, la morte di Khamenei assume quindi il significato di una perdita religiosa prima ancora che politica.

Le manifestazioni più intense si sono concentrate nella regione del Kashmir, dove la presenza sciita è storicamente radicata e dove la memoria culturale dell’Iran continua a esercitare un’influenza profonda. Nelle città di Srinagar e Budgam le autorità hanno dispiegato forze di sicurezza e veicoli blindati per prevenire possibili disordini, mentre la polizia ha istituito posti di blocco e limitato l’accesso alle principali piazze. In alcune aree l’intervento delle forze dell’ordine ha incluso l’uso di gas lacrimogeni e restrizioni temporanee alla connessione internet, misura che negli ultimi anni è diventata uno strumento frequente della gestione dell’ordine pubblico in Kashmir.

Le proteste non si sono però fermate a quella regione. Cortei e veglie funebri sono stati segnalati a Lucknow, Ajmer, Ludhiana e Jodhpur, oltre che in diversi quartieri di Nuova Delhi. Nel villaggio di Alipur, nello stato del Karnataka, gli abitanti hanno proclamato tre giorni di lutto collettivo e sospeso tutte le attività pubbliche in memoria del leader iraniano, ricordando la visita che l’ayatollah compì in India all’inizio degli anni Ottanta, quando la rivoluzione islamica era ancora un fenomeno recente e carico di aspettative per molti movimenti religiosi del mondo musulmano.
Il Kashmir rappresenta il nodo più delicato di questa vicenda perché i legami con l’Iran affondano in una storia molto più antica della Repubblica islamica. Per secoli il persiano ha funzionato come lingua amministrativa e culturale della regione, mentre missionari sciiti provenienti da Isfahan e da altre città iraniane contribuirono tra il Quattrocento e il Cinquecento alla formazione delle comunità religiose locali. L’intreccio culturale fu così intenso che il poeta Muhammad Iqbal arrivò a definire il Kashmir Iran-e-Zahir, cioè “il piccolo Iran”.

Tutto questo accade mentre Nuova Delhi coltiva da anni un rapporto sempre più stretto con Israele, basato sulla cooperazione tecnologica, sugli scambi militari e su un dialogo politico che negli ultimi anni ha raggiunto livelli inediti. Il governo di Narendra Modi considera Israele un partner strategico e non ha mai nascosto l’intenzione di rafforzare questa relazione, tuttavia le manifestazioni di questi giorni ricordano che la società indiana resta attraversata da identità religiose, memorie storiche e sensibilità politiche che non sempre coincidono con le scelte diplomatiche del governo centrale.

La morte di Khamenei, dunque, non rappresenta soltanto un evento destinato a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. In un paese lontano come l’India diventa anche uno specchio delle tensioni interne di una potenza emergente che si muove tra alleanze globali e fratture domestiche, mentre milioni di cittadini guardano agli eventi internazionali attraverso lenti religiose e culturali che nessuna diplomazia può ignorare.


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