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L’ebraico moderno: perché non è l’ebraico biblico

Setteottobre

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L’ebraico moderno: perché non è l’ebraico biblico

L’ebraico moderno nasce da un paradosso: riportare in vita una lingua sacra ferma da secoli e usarla per la vita quotidiana. Quando alla fine dell’Ottocento Ben Yehuda e gli altri pionieri del rinascimento ebraico iniziano a parlare e insegnare ebraico, devono costruire un idioma capace di dire tutto ciò che la Bibbia non contempla: treni, ospedali, telefono, democrazia, chimica, economia.

Il risultato è una lingua che ha il DNA biblico ma un corpo nuovo. La grammatica semitica resta, insieme ai verbi con radici trilittere e a molte parole antiche. Ma la sintassi si modernizza: frasi più lineari, influenze dell’europeo, soprattutto russo e tedesco; costruzioni calcolate da lingue vive. Il lessico si espande: migliaia di termini coniati ex novo, altri presi dall’aramaico rabbinico, altri ancora ricavati da lingue straniere.

Anche la pronuncia cambia. L’accento ashkenazita e quello sefardita si fondono nell’accento israeliano standard; molte distinzioni fonetiche bibliche scompaiono.

L’ebraico moderno non è l’ebraico biblico perché non può esserlo: non è la lingua di profeti e re, è la lingua di autobus, università, tribunali, TikTok, esercito, medicina. È un’eredità antica riadattata a uno Stato moderno. Una rinascita, sì, ma filtrata dalla vita vera.


L’ebraico moderno: perché non è l’ebraico biblico