In diversi quartieri di Teheran, e in altre città iraniane, nelle ultime notti si sono levati slogan contro la leadership religiosa, gridati da finestre e balconi di grandi complessi residenziali, mentre all’estero migliaia di persone partecipavano a manifestazioni dell’opposizione chiedendo un cambiamento politico. Le immagini circolate mostrano cori contro la Guida suprema, contro la Repubblica islamica e perfino richiami al ritorno della monarchia, segno di un malcontento che non si è esaurito con la fine delle proteste di piazza ma che ha trovato modalità più prudenti per continuare a esprimersi.
Questo tipo di protesta, che affida alla notte e alla relativa protezione degli spazi privati ciò che non è più possibile dire apertamente nelle strade, racconta molto della fase attuale. Dopo mesi di repressione e arresti, la mobilitazione si è trasformata in una presenza più discreta ma non meno significativa, quasi una trama sotterranea che attraversa la società urbana e che riaffiora ogni volta che si crea uno spiraglio. Le autorità mantengono un controllo severo, consapevoli che anche gesti apparentemente limitati possono diventare segnali di aggregazione in un contesto già attraversato da tensioni economiche e politiche profonde.
Il ricordo delle giornate più dure resta vivo. Le proteste esplose a inizio anno hanno lasciato dietro di sé un bilancio pesante, con centinaia di famiglie segnate da lutti, arresti e sparizioni che continuano ad alimentare una diffusa sfiducia nei confronti delle istituzioni. In molte città la presenza delle forze di sicurezza rimane visibile e capillare, e la sorveglianza sulle comunicazioni rende difficile coordinare iniziative su larga scala, ma non ha cancellato la percezione che una parte della società consideri ormai esaurito il patto implicito su cui si è retto il sistema.
Le grandi manifestazioni della diaspora, svoltesi in Europa e in Nord America, hanno contribuito a dare visibilità internazionale a questa inquietudine e hanno rafforzato il legame tra chi protesta dentro il Paese e chi osserva da fuori. Gli appelli a mantenere viva la pressione si intrecciano con la consapevolezza dei rischi che comporta ogni gesto di dissenso in un ambiente in cui la risposta dello Stato può essere immediata e severa, e tuttavia la circolazione di video e testimonianze continua a creare una sorta di spazio pubblico parallelo.
Dietro la protesta si muove anche una crisi più ampia che riguarda l’economia e la vita quotidiana. L’inflazione erode il potere d’acquisto, la disoccupazione colpisce soprattutto i più giovani e la prospettiva di un miglioramento appare incerta, mentre il confronto sul programma nucleare e le tensioni con l’Occidente contribuiscono a mantenere il Paese in una condizione di isolamento che pesa sulle aspettative di molti cittadini. In questo contesto, la contestazione non si limita a rivendicazioni specifiche ma assume spesso il carattere di una messa in discussione più generale del sistema politico.
Non è possibile dire se queste voci nella notte rappresentino l’anticamera di un nuovo ciclo di mobilitazione o se resteranno un segnale intermittente destinato a riemergere nei momenti di maggiore tensione, ma indicano con chiarezza che la frattura tra una parte della società e il potere non si è ricomposta. L’Iran appare così sospeso tra la capacità del regime di mantenere il controllo e la persistenza di un malcontento che continua a cercare forme di espressione, anche quando lo spazio per farlo sembra ridotto al minimo.
Le voci contro la Repubblica islamica tornano nella notte

