Le parole arrivano da una stanza chiusa, sotto pressione, ma colpiscono per la loro crudezza perché non somigliano a slogan né a propaganda, bensì a un cedimento umano che attraversa le linee del fronte: uomini armati, addestrati, inseriti nella macchina militare di Hezbollah che raccontano stanchezza, paura, una sensazione di essere sacrificabili. “Il morale è a terra, nessuno ha la forza di combattere”, dice uno di loro durante un interrogatorio condotto dall’Unità 504 dell’intelligence israeliana, mentre un altro descrive la catena di comando come distante, quasi indifferente alla sorte dei combattenti.
Il contesto è quello delle operazioni nel sud del Libano, dove alcuni membri della Radwan Force sono stati arrestati mentre preparavano un attacco anticarro contro le forze israeliane. Portati in interrogatorio, hanno fornito una versione che, pur filtrata dalla condizione di prigionia, coincide con altri segnali raccolti nelle ultime settimane sul campo e nelle analisi di intelligence: logoramento, difficoltà operative, tensioni interne. Secondo uno dei miliziani, Hezbollah sarebbe entrato in guerra sotto l’impulso diretto di Ali Khamenei e dunque dell’Iran, rafforzando l’idea di una subordinazione strategica che pesa anche sul morale di chi combatte.
Le frasi riportate non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie. “Chiunque venga, viene con la forza”, racconta uno degli interrogati, evocando una mobilitazione che ha poco di volontario. Un altro insiste su un’immagine brutale: uomini trattati come animali mandati in battaglia senza riguardo per la loro sopravvivenza. È un linguaggio che tradisce una frattura tra vertice e base, tra la retorica della resistenza e la realtà quotidiana di chi si muove tra villaggi bombardati, infrastrutture colpite, incertezza continua.
Eppure, mentre emergono queste crepe, la capacità militare di Hezbollah resta significativa. Le stime israeliane parlano di un arsenale ancora compreso tra gli 8.000 e i 10.000 razzi, con centinaia di lanciatori attivi nonostante i colpi subiti. Nell’ultimo mese sono stati lanciati circa 5.000 razzi, con una media giornaliera che mantiene una pressione costante sul fronte settentrionale di Israele. Le Forze di Difesa Israeliane riconoscono che, al ritmo attuale, il gruppo potrebbe continuare a colpire ancora per settimane, anche se le capacità di produzione e rifornimento risultano fortemente ridimensionate.
Questa doppia realtà, un’organizzazione ancora armata ma attraversata da segni evidenti di affaticamento, definisce il punto in cui si trova oggi il conflitto. Da un lato, la struttura militare continua a funzionare, a sparare, a infliggere danni; dall’altro, il tessuto umano che la sostiene mostra incrinature che nel tempo possono diventare decisive. Le guerre, alla lunga, si misurano anche su questo terreno meno visibile, dove la resistenza non dipende solo dai missili disponibili ma dalla volontà di usarli.
Le testimonianze degli interrogatori non bastano da sole a descrivere l’intero quadro, perché ogni conflitto produce versioni parziali e interessate, ma si inseriscono in una sequenza di indizi che puntano nella stessa direzione. Hezbollah resta un attore militare capace e pericoloso, però non impermeabile all’usura. Ed è proprio in questa tensione tra forza residua e logoramento interno che si gioca una parte della fase attuale della guerra lungo il confine libanese.
Le truppe di Hezbollah in crisi di morale: ‘Ci mandano a morire’