Dati essenziali
Meir Dagan, nato il 30 marzo 1945 a Cherson (URSS), morto il 17 marzo 2016 a Tel Aviv. Direttore del Mossad dal 2002 al 2011.
Chi era
Meir Dagan non era un “uomo dell’ombra” nel senso romantico del termine. Era un militare e un operatore con una visione brutale, asciutta, quasi contabile dell’uso della forza. Veterano di unità speciali, formato nella logica dell’azione diretta, arriva al vertice del Mossad in uno dei momenti più delicati per la sicurezza israeliana: seconda Intifada, 11 settembre, ascesa iraniana, proliferazione nucleare.
Il suo mandato: cambiare tutto
Quando Dagan assume la guida del Mossad, l’agenzia è considerata efficace ma appesantita, lenta, troppo legata a schemi da Guerra fredda. Lui impone una trasformazione netta: meno burocrazia, più operazioni; meno simboli, più risultati. Introduce una cultura operativa fondata su piccoli team, alta autonomia, responsabilità personale. Il Mossad sotto Dagan diventa un servizio orientato all’azione clandestina continua, non episodica.
Le operazioni contro l’Iran
Il cuore del “periodo Dagan” è la guerra segreta contro il programma nucleare iraniano. Non una guerra spettacolare, ma piuttosto una campagna di logoramento. Sabotaggi industriali, interruzioni delle catene di approvvigionamento, operazioni informatiche, colpi mirati contro infrastrutture e competenze chiave. L’obiettivo non è distruggere il programma, ma rallentarlo in modo sistematico, costringendo Teheran a ripartire ogni volta da capo o quasi.
Il metodo Dagan
Dagan privilegia operazioni chirurgiche, difficili da attribuire, che creino ambiguità strategica. Niente proclami, niente rivendicazioni. Il messaggio deve essere chiaro solo a chi lo riceve. È un approccio che riduce il rischio di escalation diretta e mantiene margini di manovra politici. In questo senso, Dagan è l’anti-mito dello spionaggio: niente eroi, niente monologhi, solo attrito costante.
Le operazioni mirate
Durante il suo mandato vengono attribuite al Mossad operazioni contro figure centrali del programma nucleare iraniano e di altre reti ostili a Israele. Dagan considera la neutralizzazione di individui chiave uno strumento legittimo, ma non risolutivo da solo. Serve a disorganizzare, intimidire, creare paranoia nei ranghi avversari. È una leva psicologica oltre che operativa.
Cosa non faceva
Dagan non era un fautore dell’attacco militare frontale all’Iran. Anzi, una volta lasciato l’incarico, diventa uno dei critici più netti di un bombardamento israeliano dei siti nucleari iraniani, giudicato inefficace e pericoloso. Per lui l’azione segreta serve proprio a evitare la guerra aperta, non a prepararla automaticamente.
I limiti della sua strategia
La “guerra nell’ombra” ha un prezzo. Rallenta, ma non elimina. Funziona finché l’avversario non accetta costi crescenti o non cambia strategia. Inoltre crea dipendenza dall’azione clandestina, rischiando di rimandare decisioni politiche difficili. Dagan ne era consapevole: non ha mai sostenuto che il Mossad potesse risolvere da solo il problema iraniano.
Perché conta
Meir Dagan ha incarnato una stagione precisa dell’intelligence israeliana: pragmatica, spietata, disillusa. Ha dimostrato che i servizi segreti possono influenzare profondamente gli equilibri strategici senza fare guerra, ma anche che non possono sostituirsi alla politica. Il suo lascito non è una leggenda, ma un metodo: usare il tempo come arma, sapendo che prima o poi il conto arriva.
Le operazioni segrete di Meir Dagan

