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⌥ Le magliette dell’oblio selettivo

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Trovano sempre una spiegazione pronta quando l’odore diventa troppo forte. Ti dicono per esempio che è solo merchandising. E aggiungono che si tratta di memoria sportiva, un omaggio alla storia delle Olimpiadi. E così, con una naturalezza che lascia senza fiato, saltano fuori magliette commemorative dedicate a Berlino 1936, le Olimpiadi di Hitler, e qualcuno si stupisce pure della “bufera”.

La verità è più semplice e più sgradevole. I simboli non sono carta da parati, cari signori. Non sono grafica neutra, non sono un logo vintage da riesumare per fare cassa o per strizzare l’occhio ai nostalgici del design anni Trenta. I simboli parlano e raccontano chi eravamo e, soprattutto, chi siamo. Berlino 1936 non è una cartolina sportiva, è un’operazione di propaganda monumentale orchestrata dal regime nazista per lucidarsi l’elmetto davanti al mondo, scenografia diligente e ben ordinata di un potere che stava già preparando l’abisso.

E allora no, mi spiace, ma non è un dettaglio e nemmeno una svista. Tanto meno un innocuo tributo alla tradizione olimpica ma l’ennesima prova di un’ipocrisia che si finge candida. Si celebra il passato come fosse un album Panini, si isolano le immagini dalle responsabilità, si spacchetta la storia in modo chirurgico per tenere solo quello che conviene: le piste, le medaglie, le coreografie. Il resto? Rimosso come se fosse un refuso.
Il problema non è la polemica ma la rimozione. Si fa finta di non capire che ricordare significa scegliere cosa rendere vivo nel presente. Se stampi su una maglietta il marchio di un evento concepito come vetrina di un regime totalitario, non stai facendo archeologia sportiva. Stai normalizzando. E quando qualcuno protesta, ecco la solita cantilena: esagerati, moralisti, censori!

Ma davvero dobbiamo ancora spiegare che il Novecento non è un archivio da cui pescare a piacere? Che non tutto è riciclabile in nome del brand e del marketing? L’ipocrisia sta tutta qui: indignarsi a giorni alterni per il passato che conviene e fare spallucce quando il passato che puzza viene impacchettato con un bel fiocco. Poi ci si chiede come mai certi fantasmi non se ne vadano mai. Forse perché continuiamo a vendergli la maglietta.


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