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BUSSOLE. Le leggi fondamentali e la (non) costituzione in Israele

Come funziona davvero l’architettura istituzionale dello Stato e perché resta incompiuta

Setteottobre

Tempo di Lettura: 5 min
Le leggi fondamentali e la (non) costituzione in Israele

Israele è una democrazia senza una Costituzione formale. Non è ovviamente una dimenticanza, né un’anomalia casuale ma una scelta storica mai risolta fino in fondo, che ancora oggi condiziona il funzionamento dello Stato, i rapporti tra poteri e le tensioni politiche interne. Per capire davvero cosa succede, è da qui che bisogna partire.

Nel 1948, alla nascita dello Stato, era previsto che Israele adottasse una Costituzione ma non è mai successo. Il motivo è politico e culturale insieme: divisioni profonde tra laici e religiosi, disaccordi sulla definizione dello Stato (ebraico? democratico? entrambe le cose e come?), timori che una Costituzione rigida bloccasse l’evoluzione del sistema.

Si arriva così al cosiddetto “compromesso Harari” del 1950 che sostanzialmente dice: niente Costituzione immediata, ma una costruzione graduale attraverso leggi fondamentali. Una soluzione provvisoria che, di fatto, è diventata permanente.

Cosa sono le Leggi fondamentali

Le Leggi fondamentali (Basic Laws) sono il nucleo costituzionale di Israele. Non sono una Costituzione unica e sistematica, ma una serie di testi approvati nel tempo, ciascuno dedicato a un aspetto: il governo, il parlamento (Knesset), la magistratura, i diritti fondamentali.
Ovviamente non tutte hanno lo stesso peso regolando alcune di esse l’organizzazione dei poteri e altre l’introduzione di principi sostanziali, come la dignità umana e la libertà. Negli anni Novanta, con l’approvazione di alcune di queste leggi sui diritti, il sistema compie un salto: nasce quello che molti definiscono una “rivoluzione costituzionale”.

La svolta degli anni Novanta

Nel 1992 vengono approvate due Leggi fondamentali centrali: Dignità umana e libertà, e Libertà di occupazione. Non sono una dichiarazione generale dei diritti, ma funzionano di fatto come tale.
La novità è duplice. Da un lato, introducono principi che vincolano il legislatore. Dall’altro, la Corte suprema inizia a utilizzarle per esercitare il controllo sulle leggi ordinarie. In altre parole, si afferma il potere di annullare leggi che contrastano con le Leggi fondamentali.
Questo passaggio è decisivo: Israele, pur senza una Costituzione formale, sviluppa un sistema di tipo costituzionale, con una Corte forte e un controllo di legittimità sulle leggi.

Perché non esiste una Costituzione

La mancata adozione di una Costituzione non è solo un fatto tecnico, è il riflesso di tensioni irrisolte.
La prima riguarda l’identità dello Stato: equilibrio tra carattere ebraico e principio democratico. Scriverlo in modo definitivo significa prendere posizione su temi come religione, diritto personale, ruolo della Halakhà.
La seconda riguarda il rapporto tra maggioranza e limiti al potere. Una parte della classe politica ha sempre visto con diffidenza l’idea di vincoli costituzionali forti che possano limitare il parlamento.
La terza è più pragmatica: il sistema politico israeliano, frammentato e basato su coalizioni, rende difficile raggiungere un consenso ampio e stabile su un testo unico.

Il ruolo della Corte suprema

In questo vuoto relativo, la Corte suprema ha assunto un ruolo centrale. Non è solo un organo giudiziario, ma un attore istituzionale che interpreta e, in parte, costruisce l’equilibrio tra i poteri.
Attraverso le Leggi fondamentali, la Corte ha progressivamente ampliato la propria capacità di intervenire, arrivando a bloccare leggi votate dalla Knesset quando ritenute incompatibili con i principi fondamentali.
Per alcuni è una garanzia essenziale: senza una Costituzione rigida, qualcuno deve pur difendere i diritti e i limiti al potere. Per altri è un problema democratico: giudici non eletti che intervengono su decisioni politiche.

Il nodo politico attuale

Il conflitto tra potere politico e Corte suprema è oggi uno dei punti più caldi della politica israeliana. Le riforme proposte negli ultimi anni puntano a ridurre il potere della Corte e a rafforzare quello del parlamento e del governo.
Il cuore dello scontro è semplice da formulare e difficilissimo da risolvere: chi ha l’ultima parola? La maggioranza eletta o un sistema di garanzie che può limitarla?
Senza una Costituzione chiara, questo conflitto resta aperto e si riaccende ciclicamente.

Un sistema flessibile, ma fragile

Il modello israeliano ha un vantaggio evidente e cioè, una grande flessibilità. Le Leggi fondamentali possono essere modificate con relativa facilità, permettendo adattamenti rapidi a contesti politici e sociali in evoluzione.
Ma questa flessibilità costituisce anche il punto debole. Senza una gerarchia rigida e condivisa, il rischio è che le regole del gioco cambino insieme alle maggioranze, mettendo in discussione la stabilità del sistema.

Cosa significa davvero “non avere una Costituzione”

Non significa vivere senza regole, ma vivere in un sistema in cui le regole fondamentali non sono chiuse in un testo unico, né protette da procedure particolarmente rigide. Basti pensare che nemmeno il Regno Unito ha una Costituzione.
Non avere una Costituzione significa che il confine tra politica e diritto è più mobile, e che gli equilibri istituzionali dipendono molto di più dai rapporti di forza del momento.
In pratica, Israele ha una Costituzione materiale, costruita pezzo per pezzo, ma non una Costituzione formale capace di chiudere definitivamente le questioni aperte.

Il punto finale

Le Leggi fondamentali sono il cuore dell’ordinamento israeliano, ma non riescono a sostituire del tutto una Costituzione. Tengono insieme il sistema, ma non risolvono le sue tensioni.
E il risultato è questo: una democrazia solida, capace di funzionare anche sotto pressione, ma attraversata da un conflitto permanente su cosa sia, in fondo, lo Stato e su chi abbia il diritto di definirlo.


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