Le immagini delle calciatrici iraniane ferme in fila, immobili mentre l’inno nazionale risuona nello stadio australiano senza che nessuna di loro apra bocca, hanno attraversato i social e i notiziari di mezzo mondo perché in quel silenzio si è concentrata una tensione politica che raramente emerge in modo così visibile nello sport internazionale. Il gesto è arrivato durante la Coppa d’Asia femminile, dove la nazionale iraniana è approdata per la prima volta sotto un’attenzione che va molto oltre il campo di gioco, e si è trasformato rapidamente in un segnale politico di grande portata, reso ancora più evidente dalle parole pronunciate pochi giorni dopo da una delle protagoniste, l’attaccante ventunenne Sarah Didar, che davanti ai giornalisti ha provato a spiegare lo stato d’animo della squadra prima di fermarsi sopraffatta dall’emozione.
Didar ha parlato con cautela, come accade quasi sempre quando un atleta iraniano si trova davanti ai microfoni internazionali e sa che ogni parola verrà letta anche a Teheran. Ha detto che le giocatrici sono preoccupate per la situazione del Paese, per le famiglie rimaste in Iran, per un futuro che appare incerto mentre le tensioni militari e politiche scuotono la regione. Ha aggiunto che tutte loro amano il proprio Paese e che sperano di ricevere presto buone notizie. Poi la voce si è incrinata e le lacrime sono arrivate senza preavviso, costringendola ad abbandonare la conferenza stampa tra l’imbarazzo dei presenti.
Quella scena ha colpito l’opinione pubblica non soltanto per la fragilità che lasciava intravedere ma anche perché riflette il clima di pressione che circonda gli atleti iraniani quando si trovano all’estero. Negli ultimi anni molti sportivi hanno utilizzato le competizioni internazionali come spazio per piccoli gesti di dissenso, spesso pagando un prezzo personale molto alto una volta rientrati in patria o quando i loro familiari restano esposti alle ritorsioni delle autorità.
La commissaria tecnica Marzieh Jafari ha provato a riportare la discussione sul terreno sportivo, ricordando che le giocatrici sono in Australia per disputare un torneo difficile e che la priorità della squadra resta il calcio. Allo stesso tempo ha riconosciuto quanto sia complicato per le atlete mantenere la concentrazione mentre seguono a distanza ciò che accade in Iran e mentre cercano notizie delle loro famiglie, con le quali i contatti risultano spesso difficili.
Sul campo la realtà è stata severa. La Corea del Sud ha vinto la partita d’esordio con un netto tre a zero, mettendo in luce il divario tecnico tra le due squadre. Nei prossimi giorni l’Iran affronterà l’Australia padrona di casa e poi le Filippine per chiudere la fase a gironi. Gli osservatori non prevedono un passaggio al turno successivo, tuttavia negli ultimi giorni la squadra ha ricevuto un’ondata inattesa di solidarietà da parte di tifosi e associazioni sportive che hanno interpretato il silenzio dell’inno come un atto di coraggio civile più che come una semplice protesta simbolica.
Il calcio femminile iraniano vive da tempo una contraddizione profonda. Da un lato rappresenta uno dei rari spazi in cui molte giovani donne possono emergere nello sport professionistico; dall’altro resta intrappolato dentro un sistema politico e culturale che limita fortemente l’autonomia delle atlete. Il gesto compiuto a Melbourne non cambia da solo questo quadro, tuttavia ha mostrato al mondo un frammento di realtà che spesso resta nascosto dietro la disciplina ufficiale delle delegazioni sportive.
Il silenzio delle calciatrici iraniane non contiene slogan e non pretende di spiegare la complessità di un Paese attraversato da conflitti interni e pressioni esterne. Contiene invece qualcosa di più semplice e allo stesso tempo più difficile da ignorare, cioè la voce trattenuta di una generazione che continua a cercare un modo per esprimersi anche quando il margine di libertà appare minuscolo. In uno stadio dall’altra parte del mondo quel margine, per qualche minuto, è diventato visibile a tutti.
Le lacrime di Sarah Didar e il silenzio dell’inno