Di loro si sa poco, notizie frammentarie cui pochi fanno attenzione, tragedie subito dimenticate. Eppure, da anni, i giovani iraniani cercano di fare sentire la loro voce nelle piazze di Tehran o, se espatriati, in Europa o altrove. Con poco successo.
La loro è una tragedia per la quale nessuno si straccia le vesti, neanche davanti all’enorme numero di vittime dell’ultima ribellione di gennaio: ben 30.000 morti, diventati una riga in fondo ai pezzi come se fossero un’abitudine. Un disinteresse paragonabile a quello verso le vittime del 7 ottobre: figlie di un dio minore. Il femminismo occidentale non si mobilita né per le violenze delle iraniane né per quelle israeliane.
In piena controtendenza rispetto al disinteresse generale, ha provveduto a dare una voce e una storia alle giovani e ai giovani rivoltosi contro il regime degli ayatollah la giornalista Barbara Stefanelli, vicedirettrice vicario del Corriere della Sera, con il suo Love Harder (dai versi della canzone Say It Right di Nelly Furtado), ed. Solferino, raccontando la vita, i desideri e la sorte della “mejo” gioventù iraniana in lotta per liberarsi dai lacci di una teocrazia soffocante, ingiusta, retrograda. Dotata, purtroppo, di un braccio armato feroce — i Guardiani della Rivoluzione — in nulla inferiore al sovietico KGB o alla Savak dello Shah.
Perché in Iran chi protesta in piazza viene ucciso o imprigionato e sottoposto a torture che spesso finiscono con un’esecuzione sommaria fatta passare per suicidio o incidente d’auto.
Stefanelli raccoglie le vicende di Reyhaneh, Minoo, Nika, Aida e molte altre. Una impiccata a 18 anni, l’altra “suicidata” giù da un ponte, l’altra scomparsa e ritrovata cadavere. Tutte stuprate dopo la tortura. L’accusa? Essere in piazza, non volere portare il velo oppure indossarlo male, coi capelli in vista sulla fronte.
“Ma la campagna per imporci l’hijab”, dice Mahsan Piaraei, figlia di Minoo, “è solo un pretesto, un modo di dirci che sono pronti a picchiare se non ci ritiriamo ed anche ad ammazzarci, come hanno ammazzato lei”.
Terrore, quindi. E, se non funziona, pestaggi, torture, omicidi a sangue freddo. Come nel caso delle vittime di Hamas il 7 ottobre, non c’è limite al sadismo delle Guardie della Rivoluzione, che mirano a spaventare e riportare nei ranghi anche eventuali genitori favorevoli alla lotta delle figlie.
Nika, ad esempio, è scomparsa dopo una manifestazione. I genitori l’hanno cercata dappertutto per ritrovarla dieci giorni dopo all’obitorio con il cranio sfondato e nessun’altra ferita. Il referto, però, parla di suicidio giù da un ponte. Senza alcuna frattura: caso strano. Su tutte viene usata la tortura sessuale. Impossibile sapere la verità.
“Il regime”, denuncia la Nobel Narges Mohammadi, come riportato da Stefanelli, “usa lo stupro per eliminare socialmente le persone, per renderle invisibili e inservibili anche una volta fuori di prigione”. Ed accade spesso che le ragazze violentate, appunto, si chiudano in casa dalla vergogna e per la disapprovazione sociale.
La storia simbolo, però, è quella di Elaheh, la giovane colpita a un occhio durante una manifestazione di piazza e lasciata lì perché considerata morta. Secondo una lettera firmata da decine di medici oculisti iraniani arrivata ai media internazionali, lei e molte altre donne sono state vittime di “deliberate blinding”, deliberate accecamenti. Secondo i sanitari ci sono prove dell’azione premeditata dei Guardiani: un modo, sostengono, per marchiare intenzionalmente una generazione con centinaia di pallini di gomma o di metallo che si frantumano, tanto che spesso è impossibile levarli del tutto.
Stesa su una barella, Elaheh non suscita l’interesse dei carnefici che rastrellano gli ospedali alla ricerca delle ragazze impallinate e la lasciano stare, ritenendo che stia morendo. Invece la ragazza sarà curata prima in patria e poi al San Raffaele di Milano, dove la manda la famiglia alla ricerca di salvezza.
Oggi Elaheh vive libera in Italia, ma senza un occhio, assieme ad altri fuorusciti iraniani. E, come gli altri, si chiede dove sia finita tutta la nostra solidarietà.
Le donne iraniane, figlie di un dio minore