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Il Punto. L’Azerbaigian tra Caucaso e Medio Oriente

Un Paese autoritario parla il linguaggio della sovranità, coltiva alleanze selettive e usa Israele come moltiplicatore strategico in una regione instabile.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. L’Azerbaigian tra Caucaso e Medio Oriente

L’Azerbaigian è uno di quei Paesi che contano più di quanto appaiano e che, proprio per questo, vengono spesso raccontati in modo un po’ spiccio. Ex repubblica sovietica incastonata nel Caucaso meridionale, affacciata sul Mar Caspio e ricchissima di idrocarburi, Baku ha costruito negli ultimi vent’anni un modello politico ed economico fondato su tre pilastri non sempre dichiarati ma chiarissimi nella pratica: stabilità interna ottenuta con un forte controllo del potere, autonomia strategica rispetto ai grandi blocchi e un uso estremamente pragmatico delle alleanze esterne.

Il sistema politico azero ruota attorno alla famiglia Aliyev, che governa il Paese dal 1993, prima con Heydar e poi con il figlio Ilham. È un assetto autoritario, con elezioni controllate, opposizione marginalizzata e una stampa sotto pressione costante. Ma ridurre l’Azerbaigian a questo, come spesso fanno molte cancellerie europee quando serve una condanna di rito, significa non capire perché quel sistema regga e perché continui a essere accettato da una larga parte della popolazione. La memoria del caos post-sovietico e della guerra degli anni Novanta con l’Armenia pesa ancora molto, così come il trauma nazionale legato al Nagorno-Karabakh, riconquistato militarmente nel 2020 e poi definitivamente riportato sotto controllo azero nel 2023.

Sul piano internazionale, l’Azerbaigian pratica un equilibrismo raffinato. Mantiene rapporti funzionali con la Russia, senza diventare un suo satellite, coltiva un’alleanza stretta con la Turchia, fondata su affinità etniche e interessi militari, e – udite udite – dialoga (e nemmeno poco) con l’Unione europea soprattutto come fornitore energetico alternativo, ruolo diventato centrale dopo l’invasione russa dell’Ucraina. A tutto questo si aggiunge un rapporto complesso e teso con l’Iran, che guarda con sospetto a un vicino sciita ma laico, nazionalista e in buoni rapporti con Israele, temendo effetti di contagio sulla propria minoranza azera.

È proprio il legame con l’Israele a rendere l’Azerbaigian un attore anomalo nello spazio musulmano. Baku e Gerusalemme cooperano da anni in modo aperto ma non plateale, soprattutto nei settori della difesa, dell’intelligence e della tecnologia mentre tutto l’Occidente è pieno di se e di ma e di manifestanti capaci solo di fare gran rumore e di media che li ospitano giulivi. Israele fornisce all’Azerbaigian sistemi d’arma avanzati, in particolare droni e capacità di sorveglianza, che si sono rivelati decisivi nei conflitti con l’Armenia. In cambio, l’Azerbaigian garantisce forniture energetiche stabili e una piattaforma geopolitica preziosa ai confini settentrionali dell’Iran.

Questa relazione non nasce da affinità ideologiche ma da una convergenza di interessi molto concreta. Pochi lo sanno ma l’Azerbaigian non ha mai adottato una politica ostile verso Israele e non ha mai permesso che l’antisemitismo diventasse un collante politico interno, anche perché la piccola comunità ebraica locale è storicamente integrata e protetta. Allo stesso tempo, Baku utilizza il rapporto con Israele come segnale verso l’Occidente, mostrando di essere un partner affidabile in una regione dove le ambiguità abbondano. E scusate se è poco.

Nel contesto attuale, segnato dalla guerra a Gaza, dalle tensioni con l’Iran e dalla ridefinizione degli equilibri energetici globali, l’Azerbaigian continua a muoversi con una freddezza calcolata. Non si fa trascinare da posizioni emotive, evita allineamenti ideologici e difende una linea di politica estera che privilegia la sovranità e l’interesse nazionale su qualsiasi altra forma di militanza simbolica. È una presa di posizione che irrita molti osservatori occidentali ma che, finora, ha garantito risultati tangibili.

Capire l’Azerbaigian significa accettare che esistono Paesi che non rientrano comodamente nelle categorie morali con cui l’Europa ama, in modo pigro e codardo, leggere il mondo. Baku non chiede di essere un modello, né pretende indulgenza. Chiede solo di essere presa sul serio. E, nel gioco duro della geopolitica caucasica e mediorientale, questo approccio si sta rivelando sorprendentemente efficace.


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