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L’ascesa verso Sion

L’aliyah di Josef

Josef Oskar

Tempo di Lettura: 5 min
L’ascesa verso Sion

Breve introduzione:secondo la tradizione ebraica un ebreo che emigra per stabilirsi nella Terra di Israele compie un’ascesa spirituale. Il termine in ebraico aliyah=ascesa, un sogno al quale molti ebrei aspirano.

Nel mese di novembre del 1956 mio padre compilò la domanda, alle autorità comuniste rumene per emigrare in Israele.Avevo otto anni. Una specie di brivido attraversò la nostra famiglia. Di colpo un termine nuovo entrò nel lessico famigliare: (in rumeno) plecarea=la partenza. Si parlava in continuazione di tizio o caio al quale era arrivata “la partenza”. Ma gli anni passavano e a noi non arrivava nulla. All’improvviso, nel mese di aprile del 1961, il mio nonno materno e il fratello minore di mia madre, Abramo, ricevettero il foglio di via, spiazzandoci. Restammo soli, i miei genitori, io e mio fratello di cinque anni.

Passavano i mesi, passavano gli anni, ma della nostra “partenza” neanche l’ombra. Stavamo perdendo la speranza. Mio padre, Samuele, continuava a lavorare nel suo atelier come tecnico radio, io andavo a scuola e la mamma badava al resto. Poi in una piacevole metà mattinata di giugno, papà tornò,insolitamente, dal lavoro. Non mi disse nulla, si avvicino alla mamma e le sussurrò qualcosa all’orecchio. La mamma,Eva, rimase impietrita senza dire una parola.

Era arrivata la “partenza”!!! Seguirono alcune settimane frenetiche di preparativi, i saluti ai conoscenti, diversi dei quali greci, dato che la loro era una nutrita comunità nella nostra città, Galaṭi. Verso meta agosto ci trasferimmo a Bucarest per qualche giorno. Poi in treno verso il confine bulgaro, una pausa di qualche ora alla stazione centrale di Sofia, la capitale. Nel tardo pomeriggio il treno riprese il viaggio verso quello che doveva essere il confine turco. Essendo la Bulgaria, come la Romania, un paese comunista i miei genitori non riuscirono a rilassarsi, ben conosci del fatto che in questi paesi totalitari vigeva un potere arbitrario, il che esponeva il semplice cittadino a innumerevoli spiacevolisorprese.
Arrivati al confine, il treno si fermò brevemente e i funzionari bulgari lasciarono. Poco dopo entrò nel nostro compartimento un signore con una elegante uniforme blu. Ci salutò cortesemente:“Kalispera”, in greco buona sera.

Senza saperlo, eravamo entrati in Grecia. Mio padre lo capì subito e si buttò su mia madre coprendola di baci, esclamando a ripetizione: “Siamo liberi, siamo fuori, siamo liberi, siamo fuori”. Il tredicenne ragazzo che ero allora assistette basito a uno sviluppo straordinario. La LIBERTA’, in tutto il suo splendore, bussava alla porta della mia vita. Momento epico!

Arrivati nella grande città turca di Istanbul sul Bosforo, ci fermammo per una settimana, periodo durante il quale si passeggiò per le strade principali increduli e storditi dal benessere, dall’abbondanza presente di fronte a noi. Il confronto con la miseria che regnava nella Romania comunista era impietoso.

Un aereo a turbo elica della El Al ci portò all’aeroporto di Lod (allora non si chiamava ancora Ben Gurion), in Israele. Scesi dall’aereo, la mamma baciò la terra, l’aveva giurato a sé stessa e lo fece. Ricordo indelebile. Nessuno venne ad attenderci, poiché non avevamo avuto la possibilità di comunicareil nostroarrivo.

Dopo la fase burocratica, essendo sera, fummo accomodati in un dormitorio per la notte. La mattina presto ci si avviò verso la mensa per la prima colazione. Nel corridoio, sulla parete, era appesa la carta geografica dello stato. Era la prima volta che la vedevo e mi venne un colpo:
“Tutto qui? Tutto qui quello che siamo?” Israele era minuscola, ci rimasi male e la colazione mi andò di traverso. Per fortuna non c’era molto tempo per rimuginare.

Un pick-up portò noi e un’altra famiglia verso la Galilea, noi precisamente a Safed, dove abitavano il fratello minore, che mia mamma non vedeva da quattordici anni,il nonno materno e il fratellodi mezzo, Abramo, che erano partiti qualche mese prima. I due fratelli arrivarono in rapida successione. Mia madre corse verso il minore, Toni (Tsoni), e la strada principale della cittadina si fermò per assistere alla scena commovente di un fratello e una sorella che non si vedevano da così tanto tempo. A questo punto lo zio Abramo mi disse che saremmo andati a trovare il nonno. Una breve corsa di autobus e fummo di fronte alla porta del piccolo appartamento. Lo zio bussò e mio nonno, ignaro di tutto, aprì. Alla mia vista fece un balzo indietro:
“Tsoni, Abramo…Jossi, do… dov’è la mamma?” Nella scena che seguì non saprei dirvi se prevalsero le lacrime o i sorrisi, ma di una cosa sono sicuro: momenti così non se ne vivono tanti in una vita.

Il caldo abbraccio del nonno concluse un periodo indimenticabile, la mia ascesa verso Sion; la mia aliyahera compiuta.

L’attuale scritto è una versione ridotta del capitolo “Aliyah” tratto dal mio libro autobiografico “Non voglio morire stupido”.


L’ascesa verso Sion