Siamo un popolo di poeti, navigatori e artisti. Artisti soprattutto nel non esserci. Non esserci quando serve prendere posizione, non esserci quando qualcuno chiede una parola chiara, non esserci quando la storia accelera e pretende che si dica da che parte si sta. In compenso, siamo maestri nel dire che “seguiamo con attenzione”, che “auspichiamo una de-escalation”, che “invitiamo tutte le parti alla prudenza”. L’arte italiana di non esserci consiste esattamente in questo: comparire nel momento in cui non bisogna fare nulla e scomparire quando sarebbe necessario dire qualcosa che pesi.
Mentre gli Stati Uniti colpiscono e Israele combatte, mentre l’Iran minaccia e il Medio Oriente ribolle, Roma produce il suo repertorio più rodato. Non siamo in guerra. Non siamo coinvolti. Non siamo parte del conflitto. È la politica dell’esserci senza esserci, una forma raffinata di presenza fantasma che consente di partecipare alle riunioni, sedersi ai tavoli, firmare i comunicati e poi, al momento della sostanza, dissolversi con eleganza.
Il risultato è un piccolo capolavoro di diplomazia immobile. L’Italia parla molto, rassicura tutti, non disturba nessuno e soprattutto evita con cura di prendere qualsiasi decisione che possa avere conseguenze. È una strategia antica, affinata nei decenni: rimanere abbastanza vicini da non essere esclusi e abbastanza lontani da non essere responsabili.
Nel frattempo il mondo cambia con una velocità che farebbe girare la testa a Machiavelli. Le potenze agiscono, i regimi reagiscono, le alleanze si ridisegnano. E noi? Noi perfezioniamo la retorica della prudenza. La prudenza che diventa esitazione, l’esitazione che diventa paralisi, la paralisi che si traveste da saggezza mediterranea.
Così l’Italia continua a interpretare il ruolo che conosce meglio: quello dell’osservatore attento che commenta la partita restando fuori dal campo. Un Paese che preferisce sempre il margine al centro, il corridoio alla stanza, la nota diplomatica alla decisione. Non per calcolo strategico, che richiederebbe comunque una strategia, ma per abitudine. Per cultura. Quasi per riflesso.
E alla fine bisogna riconoscerlo: nell’arte di non esserci siamo davvero dei fuoriclasse. Gli altri Stati prendono posizione. Noi prendiamo tempo. Gli altri scelgono. Noi osserviamo. Gli altri entrano nella storia. Noi, con impeccabile garbo, restiamo sulla soglia.
L’arte italiana di non esserci
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