Fino a poco tempo fa certi slogan potevano essere pronunciati ovunque, senza conseguenze, come se fossero innocui intercalari di stagione. Bastava avvolgerli in una patina di impegno civile, e tutto diventava lecito, perfino elegante. Oggi qualcosa scricchiola. Non è una rivoluzione, non facciamoci illusioni, ma è un segnale, e i segnali — quando arrivano — vanno riconosciuti come tali e senza timidezza.
Il caso del commesso dello store Milano-Cortina non è una questione disciplinare qualsiasi. Ha apostrofato una cliente, cacciandola dal negozio, ripetendo in modo stupido e ottuso “Free Palestine”. Il video ha fatto il giro del mondo e il CIO, invece di proteggerlo, lo ha cacciato. È la fotografia di un mutamento che molti fingono di non vedere perché disturba una comoda abitudine: quella di considerare inevitabile un clima ostile, di pensare che tanto “ormai è così”, che opporsi sia inutile, che chi reagisce sia destinato a perdere. Invece no. Qui qualcuno ha detto basta, e lo ha fatto senza troppi giri di parole.
Per anni ci siamo sentiti ripetere che bisognava capire, contestualizzare, non esagerare, non irrigidirsi. Intanto, sotto questa coperta di buone maniere, si sedimentava un lessico sempre più aggressivo, sempre più esplicito, che trasformava la pressione sociale in una sorta di normalità. Chi protestava veniva invitato alla calma, come se il problema fosse la reazione e non ciò che l’aveva provocata. È una dinamica che conosciamo bene, e che proprio per questo merita di essere rovesciata.
Reagire serve. Serve perché stabilisce un confine, perché ricorda che le parole non sono mai neutre quando vengono brandite come slogan identitari, perché interrompe quel meccanismo per cui l’insulto o l’ostilità diventano paesaggio di fondo. Non si tratta di invocare punizioni esemplari, ma di affermare un principio semplice: ogni spazio pubblico, soprattutto quando rappresenta un’istituzione, non è un’arena dove ciascuno può riversare le proprie bandiere personali senza conseguenze.
C’è anche un altro elemento che merita attenzione. La rapidità della decisione segnala che la rassegnazione non è più l’unica opzione. Per troppo tempo abbiamo dato per scontato che qualsiasi protesta sarebbe stata ignorata o liquidata come esagerazione. E invece, quando qualcuno alza la voce — con fermezza, con argomenti, senza arretrare — qualcosa si muove. Non sempre, certo, ma abbastanza da ricordarci che il fatalismo è spesso una comoda scusa.
L’aria non è ancora limpida, ma si muove. Sta a noi decidere se limitarci a registrare il cambiamento o contribuire a spingerlo nella direzione giusta.
L’aria cambia, eccome
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