Solo pochi giorni fa il Senato, con il voto di astensione di gran parte del PD e il voto contrario di AVS e del M5S, ha approvato una legge contro l’antisemitismo. Molti hanno chiesto a che servisse questa legge, se non fosse un modo come un altro per impedire la legittima critica politica al governo di destra di Netanyahu.
Non è così: quella legge non contiene né divieti, né pene: è una legge che serve solo a dirci cosa sia, l’antisemitismo, posto che con esso conviviamo da secoli in questo Paese e che la nostra cultura ne è talmente imbevuta e intrisa che – se non siamo ebrei – nemmeno più ce ne rendiamo conto. È un po’ come lo smog. Fa molto male, ma sta dentro l’aria che respiri e lo respiri senza nemmeno accorgertene.
Per fortuna in molti casi sono le cose che accadono a spiegarci la realtà, con una forza a cui nessun discorso e nessuna spiegazione potrebbero nemmeno avvicinarsi. E così a Milano ci si sono messi con impegno Paolo Romano e Maso Notarianni a dimostrarci nella pratica a quanto quella legge serva, posto che persone dabbene e sinceri democratici come loro non possono aver inanellato una serie di affermazioni talmente gravi – se non per leggerezza o mancanza di consapevolezza – da far accapponare la pelle.
Si parla del 25 aprile, la Festa della Liberazione dal nazifascismo, la celebrazione del giorno in cui gli italiani riconquistarono la propria libertà. Tutti gli italiani, che avevano sofferto la dittatura, e tra questi anche gli italiani ebrei. Italiani che avevano vissuto per due millenni nel Paese ma che avevano ottenuto la cittadinanza dei regni preunitari solo pochi decenni prima. Nel 1938, alle sofferenze di tutti gli italiani – e nella maggior parte dei casi nell’indifferenza degli stessi – aggiunsero alla generica mestizia di chi viveva la propria vita sotto il fascismo l’espulsione dalle scuole, dai loro mestieri e dalla dignità di esseri umani.
Basterebbe questo per dire che gli ebrei dovrebbero stare in prima fila alla parata del 25 aprile. Sarebbe il doveroso tentativo di chiedere loro scusa per una vergogna di cui non ci libereremo nemmeno tra mille parate, quella del 25 aprile del 3026. Anche in quel lontano giorno del prossimo millennio l’infamia delle leggi razziali, delle deportazioni e dello sterminio a cui il governo italiano dell’epoca attivamente partecipò, non sarà stata cancellata.
E invece a Milano ogni anno, qualche settimana prima del 25 aprile, comincia il dibattito per stabilire chi abbia diritto di scendere in piazza per celebrare la liberazione e chi invece non possa farlo. E parte della discussione riguarda la collocazione nel corteo, perché se qualcuno decide che non sei degno di partecipare e quel qualcuno viene collocato prima o dopo di te nella sfilata, messo lì nelle vicinanze, è possibile anche che si ritorni a casa con un occhio nero o con uno striscione preso a coltellate.
E quelli che ovviamente non hanno diritto di partecipare sono gli ebrei. Attenzione: può partecipare la brigata ebraica, e cioè quegli ebrei che si sono guadagnati qualche forma di rispetto (che non li mette comunque al riparo dalle contestazioni) rischiando la vita per liberare l’Italia. Ma l’ebreo normale, quello i cui nonni miracolosamente scamparono al massacro ed ebbero quindi la sorte di continuare la storia della famiglia, quelli non sono previsti. Devi essere stato partigiano: bisogna farsi perdonare l’ebraismo con l’eroismo.
Questo è il cuore dei messaggi di Romano e Notarianni. Benvenuta la brigata ebraica, ma mi raccomando: senza bandiere di Israele. Dice Paolo Romano che la bandiera di Israele non si può vedere perché Israele ha commesso un genocidio. Eppure, nel mondo di oggi non mancano i candidati alle cure di Romano. La Russia ha raso al suolo Grozny due volte, con decine di migliaia di civili morti sotto le bombe. La Turchia conduce da decenni operazioni militari contro le popolazioni curde, dentro e fuori i propri confini. La Cina ha rinchiuso un milione di uiguri nei campi di rieducazione, cancellando sistematicamente una cultura. L’Arabia Saudita e la sua coalizione hanno bombardato ospedali e mercati nello Yemen per anni.
Eppure, nessuna di queste bandiere dà fastidio a Romano. Nessuna è incompatibile con i valori della Liberazione. Solo quella israeliana lo è. Ecco il doppio standard, nella sua forma più pura. E il doppio standard applicato a Israele – solo a Israele – è una delle forme che l’antisemitismo assume quando non vuole riconoscersi come tale.
E come dovrebbero dunque sfilare gli ebrei milanesi, se non possono farlo con la stella di David? Semplice, ce lo dice Maso Notarianni: “La loro stella gialla è parte integrante della nostra resistenza”. Ecco l’idea geniale: come fossimo nel Ghetto di Varsavia del 1943 e non a Milano nel 2026, il Presidente dell’ARCI suggerisce che gli ebrei milanesi sfilino alla parata del 25 aprile con la stella gialla cucita sul cappotto. A Notarianni sfugge che lo Stato di Israele è stato fondato proprio perché non potesse mai più succedere agli ebrei di essere costretti a indossare stelle gialle come marchi sui vestiti.
Il governo israeliano si può criticare. Si può essere in disaccordo con le sue scelte militari. Si può esigere che i civili palestinesi siano protetti dalla guerra, che gli aiuti umanitari entrino senza ostacoli, che ci sia una prospettiva politica radicalmente diversa. Io ho posizioni estremamente critiche sul governo Netanyahu e trovo che alcuni dei suoi alleati siano tra i peggiori e più orribili figuri della politica mondiale. Ma altra cosa è negare a Israele il diritto di esistere e di difendersi, dai pogrom come quello del 7 ottobre e anche da chi vorrebbe cancellare quel Paese dalla carta geografica. Altra cosa è usare il 25 aprile – la Festa della Liberazione, della Liberazione di tutti – per dire agli ebrei italiani che la loro bandiera non è la benvenuta. Che possono venire, sì, ma con la stella gialla.
L’antisemitismo è come lo smog, sta dentro l’aria che respiri senza accorgertene