Alla Conferenza di Monaco, dove si dovrebbe parlare di sicurezza, deterrenza, alleanze e futuro dell’Occidente, la scena la ruba Alexandria Ocasio-Cortez. Trentasei anni, star della sinistra americana, ospite attesissima dopo i leader dei grandi Paesi. Sale sul palco e annuncia che i democratici sono lì per dimostrare che esiste “un’altra America”. Fin qui, nulla di sorprendente. Poi però attacca: Trump sarebbe l’ipocrisia della politica estera, capace di “rapire un capo di Stato straniero” e di “giustificare un genocidio” a Gaza. L’audience ascolta in silenzio, quindi applaude educatamente quando promette di condividere ancora più a fondo i “comuni valori” con l’Europa.
Se questa è l’alternativa a Trump, viene da chiedersi se non siamo già oltre il punto di non ritorno. Non perché Trump rappresenti il bene, ma perché il livello del dibattito si è spostato su un terreno caricaturale, dove le categorie della Guerra fredda vengono riesumate con leggerezza e le accuse più gravi vengono pronunciate come se fossero hashtag. È un copione che conosciamo bene anche in Europa: la sinistra ama collocarsi moralmente dalla parte giusta della storia, salvo poi ritrovarsi a flirtare con le cause sbagliate, a indulgere in nostalgie di blocco e a scoprire, con stupore sempre rinnovato, che gli elettori non la seguono più.
C’è qualcosa di tragico e prevedibile in tutto questo. Si evocano genocidi con una disinvoltura che svuota le parole, si trasforma ogni conflitto in una rappresentazione binaria, si denuncia l’“ipocrisia” altrui mentre si pratica la propria. E quando arriva il voto, si resta a guardare i risultati con l’aria di chi non capisce (‘Ohibò, ma com’è che non mi votano? Popolo ingrato di pecoroni ignoranti!’).
Se l’America progressista che dovrebbe salvare il mondo si riduce a questo repertorio, allora la crisi non è solo politica ma profondamente culturale. E se davvero l’alternativa al trumpismo è una sinistra che parla come se fosse rimasta incagliata in un vecchio congresso dei non allineati, allora sì, il pessimismo non è un vezzo retorico ma una diagnosi.
L’alternativa disperata
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