L’Algeria continua a presentarsi come uno Stato solido e impermeabile alle scosse che attraversano il Mediterraneo e il Medio Oriente, ma sotto la superficie di questa stabilità ostentata si muove un Paese bloccato, incapace di trasformare le proprie risorse in un progetto politico ed economico credibile per il futuro. A cinque anni dall’Hirak, il movimento di protesta che aveva portato alla caduta di Bouteflika, il sistema di potere è rimasto sostanzialmente intatto, con una nuova faccia istituzionale ma con gli stessi equilibri profondi, dominati dall’apparato militare e da una burocrazia che governa per inerzia più che per visione.
Il presidente Abdelmadjid Tebboune guida un Paese in cui la vita politica è ridotta al minimo indispensabile, con elezioni a bassa partecipazione, opposizioni frammentate e una società civile stretta tra controllo amministrativo e repressione mirata. La promessa di riforme si è tradotta in aggiustamenti marginali, mentre il patto implicito con la popolazione resta lo stesso di sempre: sicurezza e sussidi in cambio di silenzio politico. Un patto che regge finché le casse dello Stato, alimentate dagli idrocarburi, continuano a garantire margini di spesa.
Proprio l’energia è il pilastro dell’equilibrio algerino. Il gas naturale consente ad Algeri di mantenere un ruolo centrale nei rapporti con l’Europa, soprattutto dopo la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, che ha rafforzato la posizione del Paese come fornitore affidabile, in particolare verso Italia e Spagna. Questo peso economico si traduce in una relativa indulgenza politica da parte dei partner europei, pronti a chiudere un occhio sulle restrizioni interne in nome della sicurezza energetica e della cooperazione sul dossier migratorio.
Sul piano regionale, l’Algeria persegue una linea di fermezza che si accompagna a un crescente isolamento. Il conflitto diplomatico con il Marocco, aggravato dalla questione del Sahara occidentale, ha portato alla rottura delle relazioni e a una competizione sempre più esplicita per l’influenza nel Maghreb e nel Sahel. Algeri sostiene apertamente il Fronte Polisario e considera ogni riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara come un atto ostile, mentre guarda con sospetto al rafforzamento dei legami tra Rabat e potenze extra-regionali.
È in questo contesto che si inserisce il rapporto con Israele, o meglio la sua assenza. L’Algeria non ha mai avuto relazioni diplomatiche con Israele e mantiene una linea di opposizione netta, che va oltre la tradizionale solidarietà con la causa palestinese. Dopo la normalizzazione tra Israele e Marocco, Algeri ha irrigidito ulteriormente le proprie prese di posizione, presentando Israele non solo come un avversario politico, ma come un fattore di destabilizzazione regionale, spesso evocato anche nel discorso interno per rafforzare una retorica di accerchiamento e minaccia esterna.
La questione palestinese occupa uno spazio centrale nella diplomazia algerina, utilizzata come elemento di legittimazione morale sulla scena internazionale e come strumento di consenso interno. Tuttavia, questa fermezza non si accompagna a un reale protagonismo diplomatico, quanto piuttosto a una posizione di principio che consente ad Algeri di distinguersi senza assumersi il rischio di un ruolo negoziale attivo. In altre parole, una linea che costa poco e rende molto in termini simbolici.
Nel complesso, l’Algeria appare come un Paese sospeso, forte delle sue risorse ma debole nella capacità di rinnovarsi, presente nei dossier che contano ma assente da qualsiasi dinamica di apertura politica. La stabilità che rivendica è reale, ma fragile, perché fondata su equilibri statici e su un mondo esterno che cambia più velocemente di quanto Algeri sembri disposta ad ammettere. E finché il gas continuerà a fluire, il sistema potrà resistere, ma la domanda sul dopo resta senza risposta.
Il Punto. L’Algeria immobile, tra rendita energetica e rigidità politica

