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La visita di Narendra Modi in Israele

Una grande opportunità per le relazioni non conflittuali tra Occidente ed Oriente, da cogliere con l’iniziativa politica dell’Europa e degli Stati Uniti

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 4 min
La visita di Narendra Modi in Israele

La visita di Stato di Narendra Modi in Israele s’intreccia con gli accordi che Nuova Delhi, sempre d’intesa con Gerusalemme, sta facendo con Atene su industria della difesa e risorse energetiche: sembra quasi un ritorno a duemila trecento anni fa, quando Alessandro, arrivando fino alla foce dell’Indo, non solo garantì un periodo di serenità al popolo ebraico, ma mise le basi per quell’ellenismo che dall’Egeo all’Oceano Indiano segnò una tappa decisiva per lo sviluppo della civiltà umana, preparando le fondamenta di quella cultura greco-giudaico-cristiana che ancora oggi lega l’Europa. E questa svolta costituì anche l’annuncio (non sempre propriamente seguito dai fatti) di un rapporto non predatorio tra Occidente e Oriente.

Non è possibile sottovalutare dunque questo accordo tra Atene, Gerusalemme e Nuova Delhi, un’intesa che però, per dare tutti i frutti positivi possibili, deve tradursi anche in consolidate scelte politiche.

È evidente come un nemico più o meno determinato del processo di cui scriviamo è la Cina, che programma un ben diverso rapporto tra Est e Ovest. Non è un caso che quando nel settembre del 2023 venne annunciato il Corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo (IMEC), dopo un mese Teheran, socio fondamentale di Pechino nel famoso CRINK (China, Russia, Iran, North Korea), diede il via libera ad Hamas per i massacri della popolazione civile israeliana.

Oggi i killer iraniani ancora in azione contro la propria popolazione sono stati seriamente colpiti (loro e i loro soci terroristi) dall’esercito ebraico; però è evidente come Pechino non manterrà un ruolo solo da spettatore di processi che possano intralciare il suo egemonismo.
In questo contesto un problema riguarda la Turchia, non solo per i suoi passati legami diretti con Hamas, anche tramite i Fratelli Musulmani e il Qatar; non solo per la storica ostilità all’espandersi dell’influenza greca nel Mediterraneo orientale, ma anche perché preoccupata da un’eccessiva iniziativa dell’India, che ha una sua importante influenza su un’altra area strategica per Ankara, come l’Asia centrale. La tentazione turca, se non di sostituire Teheran negli equilibri mediorientali, almeno di sfruttare il più possibile il calo di influenza degli ayatollah, sarà inevitabile.

Però gli interessi intrecciati alle potenzialità che Recep Erdogan rappresenta danno molto spazio a un Occidente che si coordinasse per evitare esiti seriamente negativi.
In questo senso uno dei problemi sarà la capacità di far politica di una Washington molto attiva sulle questioni economiche, molto decisa a spegnere i focolai di guerra, ma spesso un po’ inadeguata a praticare una seria iniziativa diplomatica, sostituita non di rado da unilateralismi anche brutali e dalla retorica invece che da articolate (e spesso riservate) proposte.

In parte potrà aiutare l’azione di Stati dell’Europa sud-orientale oggi abbastanza allineati, dall’Italia alla Grecia, a Cipro e Malta, fino alla Bulgaria, e per di più relativamente in asse con l’area neo-anseatica che dall’Olanda arriva fino alla Polonia, non senza un certo consenso di Friedrich Merz, cancelliere tedesco dalle idee spesso chiare, però dalla base politica debole.

Non mancano dunque chance di positivi sviluppi per l’asse greco-indiano-israeliano, ma sono anche evidenti i rischi. Sarà perciò necessario innanzi tutto individuare i punti decisivi su cui operare, che a me paiono un’azione diplomatica verso la Turchia perché consideri bene i propri interessi nel non ostacolare lo sviluppo positivo delle relazioni Est-Ovest che si stanno delineando, e insieme un’iniziativa accompagnata anche dalla “forza”, non lasciata solo alla politica e agli affari, per smilitarizzare Gaza e per sradicare la propaganda antiebraica in Cisgiordania: cioè un intervento su uno scenario che, se lasciato a se stesso, può riaccendere conflitti non governabili.

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