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Il Punto. La Tunisia tra chiusura autoritaria e isolamento controllato

Un Paese sospeso tra crisi economica, repressione politica e una politica estera condizionata

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. La Tunisia tra chiusura autoritaria e isolamento controllato

La Tunisia attraversa una fase di stallo profondo, in cui l’illusione di stabilità costruita dal presidente Kais Saied si regge su un equilibrio fragile, fatto di repressione selettiva, consenso forzato e una crescente dipendenza da fattori esterni che Tunisi non controlla più davvero. A distanza di anni dalla rivoluzione che aveva acceso speranze in tutto il mondo arabo, il Paese appare oggi ripiegato su sé stesso, impoverito economicamente e politicamente irrigidito, con istituzioni svuotate e una società civile che fatica a trovare spazi di manovra reali.

Sul piano interno, la crisi economica resta il nodo centrale. Inflazione elevata, carenza di beni di prima necessità, disoccupazione giovanile strutturale e finanze pubbliche allo stremo hanno eroso quel poco di fiducia rimasta tra cittadini e Stato. Le trattative con il Fondo monetario internazionale sono rimaste bloccate, non solo per la resistenza ideologica del presidente a riforme impopolari, ma anche per l’incapacità di costruire un quadro politico credibile che garantisca l’attuazione degli impegni presi. Nel frattempo, l’economia informale cresce, le rimesse dall’estero diventano essenziali e la pressione sociale aumenta, soprattutto nelle regioni interne, da sempre marginalizzate.

Sul piano politico, l’accentramento del potere nelle mani di Saied ha prodotto una calma apparente che nasconde una repressione sempre meno episodica. Oppositori, magistrati, giornalisti e attivisti sono finiti nel mirino con accuse spesso vaghe, mentre il Parlamento è stato ridotto a un simulacro privo di reale rappresentatività. Le elezioni, quando si tengono, registrano una partecipazione minima, segnale di un distacco profondo tra società e sistema politico. Non si tratta solo di paura, ma di una disillusione diffusa che rende il Paese statico, incapace di esprimere alternative.

Questa fragilità interna condiziona pesantemente anche la politica estera. La Tunisia cerca di mantenere un profilo prudente, evitando rotture clamorose ma anche iniziative autonome di peso. I rapporti con l’Europa restano centrali, soprattutto per la gestione dei flussi migratori, che Tunisi utilizza come leva negoziale, consapevole della debolezza dei governi europei su questo dossier. In cambio di cooperazione e controllo delle partenze, arrivano fondi e sostegno politico, spesso accompagnati da un silenzio imbarazzato sulle violazioni dei diritti.

Nel mondo arabo, la Tunisia ha perso il ruolo simbolico che aveva dopo il 2011 e oggi si muove in modo attendista, oscillando tra aperture tattiche verso i Paesi del Golfo e una retorica sovranista che guarda con sospetto a ogni condizionamento esterno. La vicinanza con l’Algeria è diventata più stretta, sia per ragioni energetiche sia per una convergenza di interessi politici, mentre i rapporti con il Marocco restano freddi e marginali.

Il dossier più sensibile resta però quello dei rapporti con Israele. Formalmente inesistenti, come da tradizione tunisina, questi rapporti sono diventati negli ultimi mesi un terreno di radicalizzazione retorica. Saied ha adottato toni durissimi, spingendosi fino a evocare la criminalizzazione di ogni forma di normalizzazione, anche simbolica, con Israele. Una linea che parla alla piazza, soprattutto in un contesto regionale segnato dalla guerra a Gaza, ma che isola ulteriormente Tunisi e la allontana da qualsiasi ruolo di mediazione o interlocuzione credibile.

In passato, la Tunisia aveva mantenuto canali discreti, soprattutto per la gestione dei pellegrinaggi ebraici e per questioni di sicurezza. Oggi anche questi margini si stanno restringendo, sacrificati sull’altare di una retorica identitaria che serve più a compensare la debolezza interna che a costruire una strategia estera coerente. Il risultato è un Paese sempre più chiuso, che reagisce agli shock esterni irrigidendosi invece di adattarsi.


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