Tutti invocano la tregua. È diventata una parola comoda, una coperta sotto cui nascondere interessi, paure e, soprattutto, opportunismi. In queste ore vola su tutti i tavoli, quelli dei governi europei per prendere le distanze senza decidere, quello della politica italiana per marcare posizione, quello di Trump per intestarsi una vittoria, quello di Teheran per guadagnare tempo. E intanto la guerra continua, solo con un ritmo diverso.
La tregua, oggi, non serve a fermare il conflitto ma semmai serve a riorganizzarlo. A spostarlo e a raccontarlo meglio. È una pausa tecnica venduta come soluzione politica, un intervallo trasformato in pace per chi ha bisogno di titoli rassicuranti.
Diciamo quello che tutti pensiamo: nessuno ha risolto niente, i nodi restano e le armi pure. A cambiare è solo il linguaggio: si abbassa il volume e si alza l’ipocrisia.
E così l’Occidente si aggrappa a questa parola come a un sedativo, facendo finta di convincersi che qualcosa stia finendo, mentre tutto si prepara a ricominciare.
La tregua che non esiste
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