Per lungo tempo la Svizzera ha coltivato l’immagine di un’isola ordinata e prospera nel mezzo di un continente agitato, convinta che la propria neutralità fosse una garanzia sufficiente a tenerla al riparo dalle turbolenze geopolitiche. Oggi quella convinzione appare meno solida, non perché il Paese abbia smarrito stabilità interna o forza economica, ma perché il contesto internazionale ha cambiato natura e costringe anche Berna a misurarsi con scelte che non possono essere eluse dietro la tradizione diplomatica.
L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato uno spartiacque. Per la prima volta la Confederazione ha adottato integralmente le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca, rompendo una prassi che l’aveva portata in passato a muoversi con maggiore cautela. La decisione ha aperto un dibattito interno acceso, poiché una parte dell’opinione pubblica teme che l’allineamento a Bruxelles eroda il principio di neutralità che è inscritto nella cultura politica del Paese prima ancora che nei suoi testi costituzionali. Allo stesso tempo, la pressione dei partner occidentali si è intensificata quando Berna ha rifiutato di autorizzare la riesportazione verso Kiev di materiale bellico di fabbricazione svizzera, mostrando quanto sia difficile conciliare neutralità e appartenenza al sistema economico e di sicurezza europeo.
I rapporti con l’Unione europea restano il nodo strategico principale. Dopo l’abbandono nel 2021 dell’accordo quadro istituzionale, che avrebbe dovuto stabilizzare le relazioni bilaterali, le trattative sono riprese con un approccio più pragmatico. La Svizzera dipende in larga misura dal mercato unico per le sue esportazioni e per la mobilità dei lavoratori, mentre Bruxelles pretende regole comuni su concorrenza, aiuti di Stato e libera circolazione. Il governo federale è consapevole che un deterioramento dei rapporti avrebbe costi economici significativi, ma deve anche tenere conto di un elettorato che ha più volte respinto l’adesione all’Unione e difende con forza gli strumenti di democrazia diretta.
Sul piano globale, la Svizzera continua a giocare la carta della mediazione. Ginevra ospita negoziati e organizzazioni internazionali, e la diplomazia elvetica si propone come ponte in contesti di conflitto. Tuttavia, la credibilità di questa funzione dipende dalla percezione di imparzialità, che negli ultimi anni è stata messa alla prova non solo dal dossier russo ma anche dalle tensioni in Medio Oriente.
Le relazioni con Israele si collocano in questo quadro complesso. I legami economici sono solidi, con scambi commerciali in crescita nei settori tecnologico e farmaceutico, e con una cooperazione scientifica che coinvolge università e centri di ricerca di primo piano. La Svizzera ha storicamente mantenuto un dialogo aperto con Gerusalemme, pur affiancandolo a un sostegno costante alle istituzioni palestinesi e a una presenza significativa nei territori attraverso programmi di cooperazione.
Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, Berna ha condannato con chiarezza gli attacchi di Hamas, classificata come organizzazione terroristica anche secondo il diritto svizzero, ma ha insistito sulla necessità di rispettare il diritto internazionale umanitario nelle operazioni militari israeliane. Questa posizione ha suscitato critiche contrapposte, da un lato da chi la considera troppo prudente nei confronti di Israele, dall’altro da chi la giudica eccessivamente allineata agli Stati occidentali. In Parlamento si sono moltiplicate le interpellanze sulla sospensione o meno dei finanziamenti ad alcune ONG attive nella regione, segno di una sensibilità crescente verso l’uso dei fondi pubblici.
La Svizzera resta dunque un Paese forte, con finanze solide e un sistema politico capace di assorbire tensioni senza fratture traumatiche, ma non può più permettersi di pensarsi come un osservatore distante. La neutralità, che per decenni è stata una formula quasi automatica, richiede oggi interpretazioni nuove e scelte più esplicite, poiché il mondo non concede più il lusso dell’ambiguità. In questo equilibrio delicato tra tradizione e responsabilità internazionale si gioca il futuro della Confederazione, chiamata a dimostrare che la propria specificità non è un alibi, bensì una risorsa.
La Svizzera inquieta nel cuore d’Europa

