La Spagna attraversa una fase in cui la proiezione esterna appare più solida della coesione interna, poiché il governo guidato da Pedro Sánchez ha saputo ritagliarsi uno spazio rilevante nei dossier europei mentre, dentro i confini nazionali, la polarizzazione politica e le tensioni territoriali mantengono il sistema in uno stato di permanente negoziazione. L’economia offre segnali incoraggianti rispetto ad altri grandi Paesi dell’Eurozona, con una crescita sostenuta dal turismo, dai servizi e dall’utilizzo dei fondi del Next Generation EU, anche se il tasso di disoccupazione resta strutturalmente elevato e colpisce in particolare i giovani, imponendo riforme che non possono essere rinviate.
Sul piano europeo, Madrid ha consolidato un profilo affidabile, soprattutto durante il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione, quando ha promosso l’agenda sulla transizione energetica e sull’autonomia strategica, cercando di valorizzare la propria posizione geografica come ponte verso l’America Latina e il Nord Africa. La Spagna ha investito molto nella diversificazione delle forniture energetiche, potenziando le infrastrutture di rigassificazione e presentandosi come uno snodo potenziale per il gas destinato al continente, un elemento che le ha consentito di rafforzare la propria voce nei negoziati europei in materia di sicurezza energetica.
Il Mediterraneo resta uno spazio prioritario per la diplomazia spagnola, che mantiene relazioni complesse con il Marocco, partner imprescindibile per la gestione dei flussi migratori e per la stabilità delle enclave di Ceuta e Melilla. La scelta di sostenere il piano marocchino per il Sahara Occidentale ha segnato una svolta rispetto alla tradizionale equidistanza, suscitando reazioni interne e tensioni con l’Algeria, a conferma di quanto ogni mossa in quell’area abbia ricadute politiche immediate.
Nel rapporto con Israele, la Spagna ha assunto posizioni critiche durante le fasi più acute del conflitto a Gaza, sostenendo con forza la soluzione dei due Stati e riconoscendo formalmente lo Stato di Palestina insieme ad altri partner europei. Questa decisione, salutata con favore da una parte dell’opinione pubblica progressista, ha irrigidito le relazioni con il governo israeliano, senza tuttavia interrompere completamente i legami economici e culturali. La presenza di una comunità ebraica storicamente significativa, pur numericamente limitata, e la memoria della lunga espulsione del 1492 costituiscono un sottofondo simbolico che riaffiora ciclicamente nel dibattito pubblico, soprattutto quando il confronto politico si accende.
La dimensione interna resta il vero banco di prova. Il governo Sánchez si regge su un equilibrio parlamentare delicato, che dipende anche dal sostegno dei partiti indipendentisti catalani e baschi, ai quali sono state concesse misure controverse come l’amnistia per i fatti legati al referendum del 2017. Questa scelta ha alimentato proteste di piazza e un confronto acceso con l’opposizione guidata dal Partido Popular e sostenuta da Vox, in un clima che rende ogni riforma un terreno di scontro identitario prima ancora che programmatico. La questione catalana, pur meno esplosiva rispetto agli anni immediatamente successivi al referendum, continua a rappresentare una linea di frattura che incide sulla stabilità dell’intero sistema politico.
La Spagna dispone di asset rilevanti, da un tessuto imprenditoriale competitivo in alcuni settori strategici fino a una rete diplomatica capace di dialogare con Europa, America Latina e Mediterraneo. Tuttavia la capacità di tradurre queste potenzialità in un’influenza duratura dipenderà dalla tenuta delle istituzioni e dalla possibilità di ridurre la conflittualità interna, perché senza una base politica solida anche la migliore strategia internazionale rischia di restare sospesa. Madrid si trova dunque a gestire una duplice sfida, quella di consolidare il proprio peso in Europa e quella di ricomporre un quadro domestico che appare ancora attraversato da tensioni profonde.
La Spagna tra ambizione europea e fragilità interna
