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⌥ La solitudine di Teheran

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C’è una solitudine che non sfila, non accende candele e tanto meno produce hashtag digeribili. È la solitudine dell’Iran, di un popolo che da anni tenta di strappare centimetri di libertà a un regime che governa con la paura, la tortura, l’impiccagione come pratica amministrativa. Una solitudine ostinata, stanca, e per questo ancora più tragica. Perché nessuno la ascolta davvero.

Le piazze occidentali, sempre pronte a commuoversi a comando, su questo restano mute. Troppo scomodo e poco glamour. L’Iran non rientra nel catalogo delle cause approvate, non produce il conforto morale dell’indignazione a basso costo. Le donne prese a legnate diventano improvvisamente “cultura locale”, il femminicidio perde cittadinanza semantica appena varca i nostri confini. Strano come le parole sappiano essere selettive quando serve dormire tranquilli.

E poi c’è il grande teatro della politica globale, con i suoi capricci. Il signor Trump, offeso perché non premiato con la tessera del Club di Topolino della pace, ha già spostato lo sguardo altrove, verso i ghiacci del nord, dove il freddo almeno non protesta (ma mica è detto, a volte anche il gelo può essere un inferno). L’Iran? Fastidioso, ingombrante, non redditizio in termini di consenso. Meglio ignorare, voltarsi, cambiare canale e vedere se c’è posta per te. 

Diciamolo senza ipocrisie: non interessa a nessuno. Che se la cavino da soli, che vengano impiccati, che le prigioni si riempiano, che i corpi diventino messaggi. Tanto non disturbano il nostro salotto. E se ogni tanto qualche ragazza muore per un velo messo male, pazienza: non era una causa certificata.

È triste, sì. Ma soprattutto è squallido. Talmente squallido che verrebbe voglia di mandare tutti, indistintamente, a quel Paese. In Iran, per esempio. Non per solidarietà, ma per esperienza diretta. Così, tanto per vedere l’effetto che fa.


La solitudine di Teheran
La solitudine di Teheran