Le ultime vicende sullo scenario internazionale hanno messo a nudo – se ce ne fosse stato il bisogno – le miserie del caso Italia. Le prime contraddizioni chiamano in causa le forze politiche: la maggioranza di centrodestra può ancora permettersi di vivere di rendita sugli errori della sinistra dell’auspicato Campo Largo, la quale, in odio a Donald Trump, ha rischiato – alcune forze lo hanno fatto con convinzione – di dover difendere Nicolas Maduro dopo la cattura e l’incarcerazione negli USA insieme alla moglie; ciò in nome di un’idea del diritto internazionale che sta diventando un usbergo per gli Stati e i governi “canaglia”. Certo, il governo – con un singolare distinguo di Matteo Salvini – non ha esitato a difendere Trump; una decisione che si è rivelata fortunata perché ha prodotto l’effetto della liberazione di Alberto Trentini e di altri prigionieri italiani nelle carceri venezuelane. Le “carte false” messe in circolazione dalle opposizioni e dai loro manutengoli dei media, per negare un po’ di merito del governo, sono la prova dell’azione di contropiede che ha subito la sinistra, resa ancor più devastante di fronte al processo di transizione affidato a quanto resta del regime chavista.
Anche in questo caso è riemersa un’anima terzomondista, magari minoritaria, disposta a passare sopra a tutto pur di difendere una parodia di socialismo che non ha privato il Venezuela soltanto della libertà (milioni di cittadini sono fuggiti), ma lo ha condannato alla miseria e alla fame. Una simpatia per Maduro esisteva prima delle performance di Maurizio Landini e dell’ANPI davanti all’Ambasciata americana; i fratelli De Rege, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli avevano criticato, a suo tempo, il conferimento del Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, definendola una scelta che rifletteva l’egemonia della destra conservatrice e non coerente con l’impegno per la pace, dato che Machado sosteneva l’intervento militare USA in Venezuela ed esprimeva posizioni vicine a quelle di Netanyahu.
Poi, a stretto giro di posta, è scoppiato l’Iran. Sono iniziate grandi manifestazioni popolari che hanno preso di mira senza infingimenti il regime degli ayatollah, che ha dato corso a una repressione infame e sanguinosa con migliaia di morti, decine di migliaia di arrestati e il blocco di ogni forma di comunicazione. Non era possibile per la sinistra chiamarsi fuori da una tragedia di queste proporzioni, ma c’erano di mezzo l’alibi del diritto internazionale e la possibilità che Trump finisse per fare una bella figura intervenendo a difesa degli insorti come aveva promesso.
Le difficoltà del Campo Largo hanno sfiorato il ridicolo: il PD si è messo nelle mani di Giuseppe Conte che alla fine lo ha mollato. Ma per assistere al campionato dell’arrampicarsi sugli specchi basta leggere l’intervento di Giuseppe Provenzano – il responsabile esteri dei dem – alla Camera: “Sarà la volontà del popolo a portare al cambiamento, dall’interno, non gli interventi unilaterali esterni, non i bombardamenti israelo-americani; un popolo che sta dando una lezione di coraggio al mondo (…)”. Rimane da capire come possa un popolo disarmato liberarsi da solo da milizie che non esitano a usare le armi (e la forca), tanto che sono proprio i coraggiosi insorti a invocare un aiuto esterno che per ora è soltanto annunciato, a giorni alterni, dall’inquilino della Casa Bianca.
È in atto, pertanto, una solidarietà condizionata all’azione di Trump e che verrebbe a mancare nel caso di un intervento americano armato, il solo possibile vista la paralisi dell’ONU, bloccato dai veti di Russia e Cina, il cui segretario generale si è limitato a esprimere preoccupazione. È facile per il governo vincere il confronto con questa sinistra che, nel dibattito sul decreto Ucraina, si attacca alle pagliacciate di Roberto Vannacci e di Claudio Borghi, mentre l’opposizione è stata costretta a votare ben cinque mozioni diverse.
Ma la malattia del Paese è più profonda di quella dei partiti, che pure potrebbero fare di più nel confronto con un’opinione pubblica disorientata e abbandonata a se stessa sul web. È troppo facile notare che nei nostri atenei nessuno propone di dare disdetta degli accordi con le università iraniane; nessuna farmacia mette al bando eventuali farmaci iraniani; nessun supermercato ne boicotta i prodotti; nessuna amministrazione regionale o locale ha interrotto i rapporti istituzionali con gli ayatollah; per non parlare degli eventi sportivi, delle fiere, delle manifestazioni e quant’altro, nonché degli slogan “Iran libero dal fiume al mare”. Ma anche se lo facessero, sarebbero iniziative di vertice, sostanzialmente formali, per salvarsi la coscienza.
Ha ragione Ciccio Boccia quando fa il conto delle prese di posizione del PD in Parlamento sull’Iran, dimostrando che il suo partito è stato il più attivo. Ma resta il fatto che – per motivi complessi ma evidenti, ancorché difficilmente comprensibili – settori di opinione pubblica vanno ad assaltare le stazioni ferroviarie non appena i servizi speciali israeliani abbordano le imbarcazioni della “flotilla” senza torcere un capello a nessuno di quei pagliacci esibizionisti, e poche ore dopo partecipano in massa a manifestazioni che sorprendono anche gli organizzatori, tanto da mettere in moto un meccanismo di ben quattro scioperi generali in poche settimane.
Resta il fatto che significativi pezzi dell’opinione pubblica vorrebbero abbandonare l’Ucraina al suo destino, al punto di considerare Zelensky un rompiscatole e Putin un leader che fa la storia nella ricostruzione dell’Impero avversario dell’Occidente. Resta il fatto della solidarietà acritica per la causa palestinese in versione Hamas, che ha assunto da noi e non solo il profilo di una verità indiscutibile, incapace e indisposta a sentire altre ragioni, fino a sfociare in veri e propri atti di antisemitismo. I Senati accademici impotenti nei confronti delle minoranze studentesche radicali non eseguivano gli indirizzi del PD, ma agivano in proprio, convinti che la loro fosse la linea giusta e che quelle diverse non dovessero neppure essere ammesse o tollerate. Sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi di lavoro e compagni di scuola che hanno sfilato nelle strade e nelle piazze contro eventi sportivi, mostre, fiere e mercati in cui erano presenti israeliani e/o ebrei. Certo, alla fine veniva il turno dei teppisti e iniziava la guerriglia urbana; ma i manifestanti pacifici ne erano consapevoli. Questi episodi si sono verificati in quasi tutti i fine settimana dal 7 ottobre in poi.
E allora viene spontanea la domanda: perché non si manifesta per l’Ucraina e contro la repressione in Iran? La risposta è semplice: non ci sarebbe una partecipazione adeguata, perché una parte dell’opinione pubblica sta con i nemici o è indifferente. È sempre stato così. I vertici sindacali esprimevano unitariamente un appoggio a Solidarnosc, ma la base era preoccupata per il destino del comunismo in Polonia. Oggi, per far scendere in piazza a sostegno dell’Ucraina, ci vorrebbe la cartolina precetto e lo slogan dominante sarebbe la fine della fornitura di armi.
Certo, l’Occidente non sta facendo una bella figura da quando il capo naturale di quello che una volta era definito il “mondo libero” è Donald Trump. Ma anche l’Europa non sta facendo tutto il possibile. Non mi convince la linea di condotta dei cosiddetti volenterosi che si dichiarano disposti a mandare truppe in Ucraina dopo che si sia arrivati a una sorta di pace: è un classico pagherò “a babbo morto”. Le truppe dovrebbero essere dislocate da tempo per convincere Putin a negoziare senza pretendere di vincere a tavolino una guerra che non è riuscito a vincere sul campo.
È singolare, invece, che sia in corso un’operazione militare in Groenlandia contro le mire di Trump. Ed è altrettanto singolare che l’Italia non voglia impegnarsi a inviare soldati in nessun teatro di guerra, mentre migliaia di nostri militari perdono il loro tempo e sprecano la loro professionalità nelle inutili missioni dell’ONU. Forse sarebbe il caso di richiamare in servizio Massimo D’Alema, che non esitò a mandare gli aerei italiani a bombardare la Serbia, dopo che la NATO si assunse il compito di pacificazione armata che non erano riusciti a svolgere i contingenti dell’ONU.
Nelle prossime settimane saremo chiamati a seguire un altro esempio del disonore in cui siamo caduti: il dibattito sul ddl a prima firma di Graziano Delrio sull’antisemitismo, da cui abbiamo appreso che la principale preoccupazione di migliaia di docenti universitari a cui è assegnata l’educazione dei nostri figli e nipoti è quella di poter insultare ad libitum Israele senza correre rischi.
La sinistra e quella passione per le dittature
Il Campo Largo di fronte alla crisi dei regimi canaglia.
Tempo di Lettura: 7 min

