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La sinistra e Israele

Dalla solidarietà a rigurgiti antisemiti. Una lunga storia terribile

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 3 min
La sinistra e Israele

La solidarietà originaria con Israele, sostenuta all’inizio sia dall’URSS che dalla sinistra occidentale ed evidente anche sulle pagine dell’Unità tra il 1946 e il 1948, ha lasciato il campo all’ostilità e persino al rigurgito dell’antisemitismo, proprio dopo il massacro del 7 ottobre. È una lunga storia terribile. Con lodevoli importanti eccezioni.

L’inclinazione iniziale verso Israele, sostenuta da figure come Terracini e Ingrao, si è via via assottigliata. Comee perché?La crisi del Canale di Suez del 1956, con la reazione di Israele alla nazionalizzazione e al blocco del Canale di Suez da parte di Nasser, il blocco degli stretti di Tiran, la guerra che ne seguì, conclusa con un accordo, hanno alimentato una retorica anticolonialista e anti-USA e una posizione parzialmente e gradualmente, antisraeliana, alimentando divisioni interne alla sinistra, subalternità geopolitica (e indifferenza verso le pretese egemoniche locali).Nonostante la denuncia dei crimini dello stalinismo, al XX congresso del PCUS, il PCI si divise e si distaccò dal PSI, giustificando la repressione degli operai a Budapest come “autodifesa contro l’imperialismo”.

Negli anni ‘80, chi scrive ha lavorato alla politica estera del PCI. L’allontanamento successivo dall’ortodossia sovietica era controbilanciato da un legame stretto con il movimento non allineato titoista e filoarabo (con incontri e seminari in numero nettamente superiore a quello delle visite in Israele) e da un forte affidamento all’OLP. Tuttavia, il PCI (poi PDS) mantenne ampi rapporti con le forze sioniste.

Sia Giorgio Amendola che Giorgio Napolitano, nel 1975, avevano criticato la risoluzione ONU 3379; puntualizzando che “definire il sionismo come una forma di razzismo è un errore che rischia di confondere i piani e di dare spazio a rigurgiti antisemiti che devono rimanere estranei alla cultura del movimento operaio”; con Napolitano e Fassino, il dipartimento internazionale sostenne la parità tra il diritto di Israele alla esistenza e sicurezza e il diritto del popolo palestinese a uno Stato. Nei cortei pro-Palestina, succedanei del movimento della pace, però, questa formula non venne mai accettata.

Così sempre a sinistra il terzomondismo, poi “il ricatto” dell’orientalismo, insieme alle teorie postmoderne, portò al sostegno del confessionalismo sciita di Khomeini. Una svolta cruciale, una linea che ha anticipato il disastro wokee le catastrofi integraliste che funestano la regione ed il mondo. Israele è l’opposto di tutto ciò; il suo popolo resiste ad un’omologazione parallela, nonostante i crimini subiti.I democratici di oggi, però, restano divisi su questo come sull’Ucraina.

Si ignora ciò che Israele rappresenta: stato di diritto, pluralismo, ricchezza culturale: il suo popolo è la cura, non la malattia. Si omette un’analisi critica del mondo arabo, africano ed asiatico (dalle responsabilità delle élite locali alle pretese egemoniche). È un tradimento degli ideali ed un regalo ai populismi nazionalisti, quello che liquida il sionismo tout court e lascia la porta aperta al ritorno di un mostro che sembrava sepolto con Stalin: l’antisemitismo di sinistra.A differenza della formazione dei padri, fondata sulla lezione dell’Olocausto, gran parte dell’attivismo è oggi selettiva e ipocrita, ed ha smarrito il senso storico delle parole e dei valori.

Nei prossimi giorni passeremo in rassegna qualche altra incoerenza e qualche episodio clamoroso.


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