C’è una fotografia che vale più di molte analisi, ed è quella scattata a Napoli: un sit-in per l’Iran, poche centinaia di persone, una presenza incerta, una sinistra che arriva a pezzi, quando arriva, e soprattutto una sinistra che si controlla i lacci delle scarpe mentre dovrebbe guardare in faccia la realtà. Quello che è successo lì non è un incidente locale, non è folklore meridionale, non è nemmeno una sfortunata coincidenza organizzativa. È un’istantanea crudele e fedele dello stato di salute della sinistra italiana.
Di fronte a un regime che impicca, tortura, reprime le donne, spara negli ospedali e dà la caccia ai feriti come animali, la sinistra balbetta. Non urla, non chiama le cose con il loro nome, non prende posizione senza subordinate, distinguo e postille. È colitica, appunto: piena di dolori, di spasmi, di blocchi improvvisi che le impediscono qualsiasi movimento netto. E così resta immobile, o peggio, si divide anche su questo, come se la difesa dei diritti elementari fosse materia controversa.
A Napoli la frattura è diventata visibile: chi c’era e chi no, chi ha firmato e chi si è sfilato, chi ha parlato e chi ha preferito il silenzio, che è sempre la forma più elegante della viltà. Perché qui non siamo davanti a un conflitto interpretativo, a una questione geopolitica complessa da maneggiare con cautela. Qui siamo davanti a un regime teocratico che schiaccia il proprio popolo, e se su questo non riesci a parlare con voce chiara, allora il problema non è l’Iran ma sei tu.
Il punto è che l’Iran mette a nudo una contraddizione che la sinistra italiana non ha mai risolto: difendere i diritti umani solo quando non disturbano il proprio campo simbolico. Se il carnefice non rientra nella categoria comoda del “nemico giusto”, scatta l’imbarazzo, la rimozione e l’afasia morale. Meglio mordersi la lingua che rischiare di dire qualcosa che non suoni perfettamente allineato con il proprio pubblico di riferimento.
Napoli, in questo senso, non è un’eccezione ma un modello ridotto, proiettabile su scala nazionale. Una sinistra che si commuove a giorni alterni, che seleziona le vittime, che pesa le parole come se fossero dinamite, finisce per non dire nulla. E quando non dici nulla davanti a un’ingiustizia così evidente, non sei prudente ma sei complice per omissione.
Scale mobili, appunto: salgono solo quando è comodo. Quando la salita è ripida, quando c’è da metterci la faccia, si fermano. E restano lì, bloccate, mentre intorno la storia non aspetta.
La sinistra davanti all’Iran tra paralisi morale e viltà politica
La sinistra davanti all’Iran tra paralisi morale e viltà politica

