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⌥ La scorta all’asilo

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In Italia gli ebrei tornano a scuola con la scorta. Non all’università, non a un convegno politico, non davanti a una sinagoga durante una festività. All’asilo. Bambini di tre o quattro anni accompagnati da agenti armati perché qualcuno ha deciso che anche loro, proprio loro, possono diventare bersagli.

È una scena che racconta più cose di mille convegni sull’antisemitismo. Racconta che il problema non è teorico, non è accademico, non è materia per seminari universitari o tavole rotonde televisive. È concreto, quotidiano, elementare nel senso più letterale della parola. Riguarda bambini che imparano a leggere sotto lo sguardo di un poliziotto.

Il paradosso è che tutto questo accade nel Paese della memoria. Nel Paese delle giornate commemorative, delle pietre d’inciampo, dei discorsi solenni sulla Shoah, delle scolaresche portate ad Auschwitz. Il Paese che si commuove molto quando guarda il passato e diventa improvvisamente distratto quando deve guardare il presente.

Perché la verità è semplice e sgradevole: l’antisemitismo non è un reperto storico né una malattia guarita ma un virus che circola tranquillamente nello spazio pubblico, nelle piazze, nelle università, nei cortei dove Israele diventa il pretesto per dire quello che per anni non si è più osato dire apertamente sugli ebrei.

Così succede che la memoria diventi cerimonia e la realtà diventi scorta.

E mentre il Paese continua a raccontarsi la storia rassicurante di aver fatto i conti con il proprio passato, i bambini ebrei imparano molto presto una lezione che nessun bambino dovrebbe imparare: che per andare a scuola, a volte, serve una guardia armata.


Il continente delle dichiarazioni /span>