C’è qualcosa di profondamente inquietante in quello che sta accadendo sulle pagine di The Lancet. Non perché si parli della tragedia sanitaria di Gaza – parlarne è doveroso – ma per come Israele viene trattato: non come un oggetto di analisi, bensì come un imputato per il quale il verdetto è già stato scritto.
Il termine genocidio entra nel lessico medico come se fosse una diagnosi certificata, non una categoria giuridica estrema che richiede prove, contesto e magari, se non è chiedere troppo, anche un po’ di cautela. Dati fragili, raccolti in piena guerra asimmetrica e sotto il controllo di Hamas, diventano certezze granitiche. Chi osa ricordare che il metodo scientifico prevede dubbi, distinzioni, verifiche, viene immediatamente spostato dal piano della discussione a quello della colpa morale. Non stai criticando i dati: stai negando il genocidio. E chiusa lì.
Questa è l’eccezione israeliana: il punto in cui il rigore diventa sospetto, la prudenza è subito rubricata come complicità, il metodo considerato un fastidio. E si badi bene che non è un incidente ma un vero e proprio modello che si replica nei convegni, nelle prese di posizione “scientifiche”, nei contesti in cui il risultato precede l’analisi.
Il problema allora non è tanto e soltanto Israele. Il problema è una sanità pubblica che rinuncia all’universalismo e accetta di trasformarsi in tribunale morale. Quando la scienza smette di fare domande e inizia a distribuire scomuniche, non sta più curando la realtà, semmai la sta piegando. E prima o poi, che nessuno si illuda, il conto lo pagano tutti. Ma proprio tutti.
La scienza sospesa: l’eccezione israeliana
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