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La sbornia dei diritti e dei doveri

Come la retorica delle vittime ha svuotato i diritti e cancellato la responsabilità morale.

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 4 min
La sbornia dei diritti e dei doveri

Da alcuni decenni il tema dei diritti ha acquisito un ruolo centrale nello spazio pubblico delle società occidentali. Rivendicare diritti è stato a lungo uno strumento per contrastare discriminazioni reali, rendere visibili disuguaglianze e dare voce a minoranze o gruppi subalterni. In questo senso la “civiltà dei diritti” ha rappresentato una conquista storica: ha permesso di trasformare torti invisibili in questioni pubbliche e di tradurre sofferenze concrete in rivendicazioni politiche.

Col tempo, però, questo linguaggio si è progressivamente deformato. La rivendicazione dei diritti ha smesso in molti casi di essere un mezzo per diventare un fine. Non più uno strumento per correggere ingiustizie, ma una sorta di patente morale: chi rivendica diritti si colloca automaticamente dalla parte del bene, al riparo da ogni giudizio critico. È in questo passaggio che la civiltà dei diritti rischia di trasformarsi e si è di fatto già in larga misura trasformata nella civiltà del piagnisteo, in cui l’autopercezione come vittima giustifica tutto, assolve tutto, rende tutto comprensibile.

Parallelamente i diritti sono diventati anche una clava. Se un gruppo è percepito esclusivamente come titolare di diritti, allora ogni sua azione viene relativizzata o scusata. L’apice di questa distorsione si è visto quando organizzazioni nate per la tutela dei diritti umani si sono schierate, senza esitazioni, senza infingimenti e anzi spesso con schietta gioia, con i terroristi assassini di Hamas già il 7 ottobre, nelle ore della più grande strage di ebrei dalla seconda guerra mondiale. In alcuni casi si tratta di aperta cooperazione con le reti del terrorismo islamista antisemita e liberticida oppure con quelle di stati autoritari, come Russia e Cina, che se ne servono per destabilizzare le società democratiche; in altri di malafede ideologica o dell’incapacità di uscire da una griglia interpretativa che oppone automaticamente “oppressi” e “oppressori”, cancellando la responsabilità morale degli atti compiuti.

Alla radice di questa crisi c’è forse anche un fraintendimento profondo sulla natura dei diritti. I diritti non sono cose o valori assoluti, ma finzioni utili. Sono strumenti creati dagli esseri umani per raggiungere determinati scopi – per esempio dignità, giustizia, convivenza – non gli scopi ultimi in sé. Quando questa distinzione cade, il discorso sui diritti si svuota e diventa autoreferenziale.

Soprattutto, si è smarrita la dimensione da cui ogni diritto, per essere autentico, deve sgorgare: quella dei doveri. Eppure solo chi riconosce di avere doveri può rivendicare diritti in modo sensato. A ogni diritto corrisponde sempre un dovere, mentre non vale il contrario. Se il mio vicino ha diritto a dormire tranquillamente, io ho il dovere di non suonare il tamburo a mezzanotte; ma se io ho il dovere di non sprecare cibo, questo non implica che il cibo abbia nei miei confronti qualche diritto. I diritti da soli, in altre parole, non esistono: derivano sempre da qualcos’altro, e cioè dai doveri. Se è vero che in età moderna e contemporanea molti ebrei hanno dato un contributo decisivo alla civiltà dei diritti, le fonti della tradizione ebraica si sono concentrate sui doveri.

Nella visione rabbinica la domanda che dobbiamo porci non è “che cosa ci spetta?” (i diritti), quanto piuttosto “che cosa possiamo e di conseguenza dobbiamo fare?” (i doveri). Un midrash – una interpretazione tradizionale – suggerisce che la stessa creazione dell’universo in sei giorni, con cui la Torà si apre, non è fine a sé stessa, ma serve unicamente a creare il contesto in cui gli uomini possano eseguire i precetti, obblighi, doveri. In questo senso nemmeno il mondo in cui viviamo è tale per un qualche diritto, bensì uno strumento funzionale all’azione responsabile, cioè al dovere. La Torà d’altronde non elenca ciò che l’uomo può pretendere, ma ciò che gli è richiesto, e i maestri del Talmud insistono sul fatto che la libertà non consiste nell’assenza di vincoli, ma nell’assunzione consapevole di obblighi. Nel pensiero ebraico classico anche la giustizia non nasce dal rivendicare qualcosa per sé, ma dal rispondere all’altro (o all’Altro) – ancora una volta, non dal diritto ma dal dovere.

In un’epoca in cui il linguaggio dei diritti appare logoro e spesso strumentalizzato, tornare a queste fonti non significa rinnegare le conquiste moderne, ma ricordarne le condizioni di possibilità. La civiltà occidentale, di cui la civiltà ebraica è al contempo una delle radici e dei grandi rami, difficilmente potrà sopravvivere conservando solo i diritti e dimenticando i doveri. Oggi più che mai guardare a quelle fonti significa recuperare un equilibrio senza il quale i diritti stessi finiscono per perdere senso.


La sbornia dei diritti e dei doveri
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