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⌥ La salute sequestrata

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C’è qualcosa di particolarmente sordido nella decisione di boicottare i prodotti Teva nelle farmacie comunali di Roma. Non perché si parli di Israele, non perché si parli di politica, ma perché qui la politica – quella peggiore, quella più pigra e più cinica – decide di usare la salute come clava ideologica. E quando si arriva a questo punto, vale la pena fermarsi un attimo e dire le cose come stanno.

Teva non è un simbolo astratto, non è una bandiera, non è un hashtag da sventolare in piazza. Teva Pharmaceutical Industries è una delle principali aziende farmaceutiche al mondo, produttrice di farmaci equivalenti essenziali, spesso insostituibili per chi ha poche alternative terapeutiche e pochi soldi in tasca. Colpirla non significa “mandare un messaggio” a un governo straniero: significa ridurre le opzioni disponibili per i pazienti, soprattutto quelli più fragili. È un fatto, non un’opinione.

Qui il punto non è neppure la legittimità di una critica politica a Israele, tema sul quale si può discutere, dissentire, scontrarsi anche duramente. Il punto è l’oscenità del metodo. Perché quando una municipalizzata come Farmacap decide – direttamente o per pressione politica – di interrompere rapporti commerciali con un’azienda farmaceutica sulla base di criteri ideologici, sta compiendo un salto di qualità pericoloso: sta trasformando un servizio sanitario in uno strumento di militanza.

È una spregiudicatezza che non ha limiti, appunto. Oggi è Teva perché è israeliana, domani chi sarà? Un farmaco americano perché non piace la politica estera di Washington? Uno tedesco perché Berlino vota male in Europa? Uno francese perché Parigi non è abbastanza allineata? Se la salute diventa ostaggio del tifo geopolitico, non c’è più alcun argine. Saltano le competenze, saltano le evidenze scientifiche, salta il principio stesso di universalità delle cure.

C’è poi un dettaglio che molti fingono di non vedere, ma che è centrale: questa forma di boicottaggio colpisce indirettamente cittadini che nulla hanno a che fare con le decisioni di un governo straniero. Anziani, malati cronici, persone che si affidano alle farmacie comunali perché costano meno e perché dovrebbero essere un presidio neutrale, affidabile, fuori dalla mischia ideologica. Usarli come leva simbolica è moralmente ripugnante, oltre che amministrativamente irresponsabile.

La verità, nuda e semplice, è che qui non si difende nessun diritto e non si salva nessuna vita. Si fa propaganda sulla pelle degli altri. È la versione più meschina dell’impegno politico: quella che non rischia nulla, non paga costi reali, ma scarica tutto su chi non ha voce e non ha scelta. E chiamarla “atto politico” non la rende meno schifosa. Anzi, la qualifica per quello che è: una strumentalizzazione della salute pubblica che dovrebbe far vergognare chiunque la difenda.


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