La Russia non è soltanto il paese che ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa, ma è anche è quello dove la forza torna a essere uno strumento esplicito e rivendicato, non più un residuo del passato ma una scelta consapevole che rimette in discussione equilibri che si credevano sicuri per sempre.
L’invasione dell’Ucraina ha segnato una rottura che va ben oltre il teatro del conflitto, perché ha aperto una fase nuova nei rapporti tra Mosca e l’Occidente, una fase che non può essere ridotta a una crisi temporanea ma che appare sempre più come una ridefinizione strutturale delle relazioni. Il Cremlino ha accettato il costo dell’isolamento parziale e delle sanzioni, trasformandolo in un elemento della propria strategia, mentre ha progressivamente adattato l’economia a una logica di guerra che mobilita risorse, industria e consenso interno. Non si tratta solo di resistere, si tratta di dimostrare che il sistema russo può reggere un confronto prolungato.
Sul campo, il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento che consuma uomini, mezzi e risorse, ma che allo stesso tempo produce effetti politici e simbolici. Mosca punta sulla durata, sulla capacità di sostenere una pressione continua e sull’idea che le democrazie occidentali, esposte a cicli elettorali e tensioni interne, possano progressivamente perdere compattezza. È una scommessa rischiosa, ma coerente con una visione del tempo strategico che non coincide con quella occidentale, più breve e più legata al consenso immediato.
L’energia resta uno dei pilastri del potere russo, anche in un contesto profondamente mutato. La riduzione dei flussi verso l’Europa non ha segnato la fine della leva energetica, ma la sua riconfigurazione. Mosca ha accelerato il proprio spostamento verso l’Asia, ha rafforzato i rapporti con Cina e India e ha sviluppato nuovi circuiti commerciali che aggirano, almeno in parte, il sistema sanzionatorio. Questo processo non è indolore, ma sta contribuendo a ridisegnare le rotte globali dell’energia e a consolidare una geografia economica più frammentata.
Parallelamente, la Russia ha intensificato la propria presenza in Africa, dove combina strumenti militari, accordi economici e operazioni di influenza. Non è una proiezione marginale, è un tentativo di costruire una rete di alleanze e dipendenze che rafforzi il proprio peso globale e offra alternative ai paesi che cercano di sottrarsi alla sfera occidentale. In questo senso, Mosca si muove con pragmatismo, offrendo sicurezza, risorse e sostegno politico in cambio di accesso e influenza.
Nel Medio Oriente, la posizione russa è meno visibile rispetto agli anni immediatamente successivi all’intervento in Siria, ma resta centrale. La presenza militare in Siria continua a garantire a Mosca una base strategica nel Mediterraneo orientale, mentre i rapporti con l’Iran si sono intensificati, anche sul piano militare e tecnologico. Allo stesso tempo, la Russia mantiene un canale aperto con Israele, fondato su interessi concreti e su una gestione pragmatica delle divergenze. È un equilibrio delicato, che riflette una strategia più ampia: evitare allineamenti rigidi e mantenere margini di manovra.
All’interno, il sistema politico si è ulteriormente consolidato attorno alla figura del presidente e a un’élite ristretta che controlla i principali snodi del potere. La guerra ha rafforzato una convinzione che lega identità nazionale, sicurezza e destino storico, creando un contesto in cui il dissenso è marginalizzato e la lealtà diventa un elemento centrale. Il controllo dell’informazione, già significativo, si è intensificato, mentre la società viene progressivamente adattata a una condizione di mobilitazione permanente, anche se non sempre esplicita.
Quello che emerge è un modello che non si limita a resistere alla pressione esterna, ma che propone una visione alternativa dell’ordine internazionale, in cui la sovranità prevale su qualsiasi principio condiviso e in cui le relazioni tra Stati tornano a essere governate da rapporti di forza più che da regole. È una visione che trova ascolto in diverse aree del mondo, soprattutto dove le promesse dell’ordine liberale sono state percepite come incomplete o selettive.
La Russia, oggi, non è una potenza in declino che si aggrappa al passato, come spesso viene descritta, ma un attore che ha scelto di ridefinire il proprio ruolo accettando un livello elevato di conflitto e di incertezza. Questo non significa che il suo percorso sia privo di contraddizioni o rischi, significa che il confronto con l’Occidente è entrato in una fase nuova, destinata a durare e a produrre effetti che andranno ben oltre l’esito della guerra in Ucraina.
Guardare a Mosca, in questo momento, significa guardare a un mondo in cui le certezze degli ultimi decenni si stanno sgretolando e in cui il ritorno della forza, della deterrenza e della competizione aperta non è un’eccezione ma una tendenza. La questione non è più se questo cambiamento sia in atto, ma quanto profondamente siamo disposti a prenderne atto e a confrontarci con le sue conseguenze.
La Russia in guerra contro l’ordine globale