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La Rivoluzione iraniana: la democratizzazione dell’Iran e il ruolo del Principe Reza Pahlavi

La transizione possibile: un Paese in rivolta e un leader che torna al centro della storia

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La Rivoluzione iraniana: la democratizzazione dell’Iran e il ruolo del Principe Reza Pahlavi

Oltre 40 mila vittime civili, 350 mila arresti, un numero imprecisato ma altrettanto drammatico di feriti. E poi più di due settimane di blackout totale delle comunicazioni, con internet e linee telefoniche oscurate in tutto il Paese. È il bilancio, ancora provvisorio, della repressione scattata in Iran dagli ultimi giorni del dicembre 2025, culminata nell’8 e nel 9 gennaio 2026: una stretta senza precedenti che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito una «carneficina» e che diversi commentatori descrivono come un «massacro sistematico del popolo iraniano».

Numeri e avvenimenti che segnano uno spartiacque storico per l’Iran. Per molti analisti, il regime islamico al potere dal 1979 non potrà più tornare a essere quello di prima, né recuperare lo status – già fragile e logorato – sulla scena internazionale. Un isolamento aggravato negli anni da pesanti sanzioni economiche legate al controverso programma nucleare e al sostegno fornito a milizie proxy e gruppi paramilitari di matrice fondamentalista.

Il Medio Oriente attraversa così una fase potenzialmente decisiva, capace di ridisegnare equilibri e rapporti di forza consolidati da decenni. La chiave di questo possibile cambio di paradigma è a Teheran. E mentre a Washington e a Gerusalemme la questione è considerata cruciale, una domanda si fa strada con crescente insistenza: quale sarà l’alternativa agli ayatollah? E quale Iran emergerà da una caduta del regime che molti ritengono ormai difficilmente evitabile?

Una risposta assai uniforme arriva dall’interno del Paese. Il nome di Reza Pahlavi è diventato lo slogan più ricorrente delle proteste. Milioni di iraniani, scesi in piazza a Teheran, Isfahan, Tabriz, Mashhad, Karaj e in centinaia di altri centri, hanno scandito lo stesso coro: «Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi tornerà».L’8 e il 9 gennaio – le stesse date indicate dal principe Reza Pahlavi nel suo primo appello ufficiale alla nazione per scendere in piazza e rovesciare il regime – sono diventati i giorni della repressione più sanguinosa. Secondo diverse fonti, solo a Teheran sarebbero scesi in strada sei milioni di manifestanti (su dieci milioni di abitanti). Una mobilitazione imponente che ha spinto gli ayatollah, visibilmente allarmati dall’ampiezza della protesta, a scatenare una risposta senza precedenti contro civili disarmati che chiedono pacificamente la fine del sistema teocratico.

Con quell’atto di forza, il regime islamico ha probabilmente guadagnato tempo, ma al prezzo di esporre tutta la propria fragilità. La repressione ha mostrato al mondo non solo la durezza del potere e la sua natura totalitaria ed irriformabile, ma anche l’esistenza di un’alternativa capace di mobilitare milioni di persone all’interno del Paese.

Oggi Reza Pahlavi non è più soltanto il figlio dello Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, costretto all’esilio nel 1979, ma si presenta come il punto di riferimento di un’opposizione pluralista che mira a rovesciare il potere teocratico, a reinserire l’Iran negli equilibri internazionali – anche attraverso un accordo di pace con Israele, più volte menzionato dal Principe stesso come Accordi di Ciro – e a chiudere definitivamente la stagione del fondamentalismo sciita che ha segnato il Medio Oriente negli ultimi decenni.

Nato nel 1960, primogenito dello Scià Mohammad Reza Pahlavi e dell’imperatrice Farah Diba Pahlavi, Reza Pahlavi fu principe ereditario fino al 1979, quando la rivoluzione islamica costrinse la famiglia reale all’esilio. L’anno nero della storia iraniana contemporanea: l’ascesa del fondamentalismo islamico a Teheran e l’inizio di una nuova stagione politica destinata a infiammare l’intero Medio Oriente. Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, quello stesso sistema appare scosso dalle fondamenta. E il futuro dell’Iran torna a essere una questione aperta.

Dopo la scomparsa del padre nel 1980, il ventenne Principe Reza divenne il punto di riferimento delle forze monarchiche iraniane. Un fronte che, con il passare degli anni e con le successive ondate migratorie di iraniani costretti all’esilio in Europa e Nord America, si è progressivamente rafforzato e strutturato. Per ragioni dinastiche e familiari, egli ha goduto fin dall’inizio del sostegno compatto dell’area monarchica e di una parte significativa dell’opposizione liberale. Negli ultimi anni, tuttavia, la sua linea politica ha assunto contorni più ampi, in particolare dal 2017, quando per la prima volta una vasta ondata di mobilitazioni non chiedeva riforme ma il rovesciamento e la fine del regime della Repubblica islamica.

Il progetto che il Principe Reza Pahlavi propone agli iraniani – e che soprattutto negli ultimi mesi ha raccolto il consenso di una parte significativa delle forze politiche iraniane – non punta alla restaurazione della monarchia come obiettivo in sé, ma la costruzione di un fronte unitario capace di riunire tutte le forze democratiche, monarchiche e repubblicane, attorno a un obiettivo condiviso: porre fine al regime teocratico e avviare il processo di democratizzazione dell’Iran.

L’orizzonte dichiarato è la transizione verso un Iran laico e liberale, fondato sullo Stato di diritto e sulla separazione tra religione e politica. Quanto alla forma istituzionale – monarchia costituzionale o repubblica – dovrà essere il popolo iraniano a deciderla. «Sarà una scelta dei cittadini», ha ribadito più volte Pahlavi. Circa 90 milioni all’interno del Paese e altri 10 milioni nella diaspora, saranno chiamati a esprimersi attraverso un referendum libero, trasparente e supervisionato a livello internazionale, una volta caduto il regime.

Al di là del suo profilo carismatico, della piattaforma dichiaratamente democratica e della trasparenza con cui ha articolato il proprio progetto politico, la principale leva di potere di Reza Pahlavi si trova all’interno del Paese. Le nuove generazioni dell’Iran – giovani nati negli anni Novanta, Duemila e persino dopo il 2010 – rappresentano oggi il segmento più dinamico e permeabile al suo messaggio. Si tratta di una generazione che non ha memoria diretta dell’epoca monarchica e che è cresciuta interamente sotto la Repubblica islamica, formata in un sistema educativo plasmato dagli ayatollah, caratterizzato da un controllo capillare dei contenuti, da una narrazione ufficiale rigidamente ideologizzata e da una sistematica censura delle fonti informative.

Eppure, proprio questa generazione ha dimostrato una capacità inedita di eludere i meccanismi di controllo. L’accesso alle tecnologie digitali, l’uso diffuso di VPN, social network e piattaforme di comunicazione criptata hanno progressivamente eroso il monopolio informativo del regime, aprendo spazi di confronto e mobilitazione alternativi.

L’Iran contemporaneo, dunque, non è attraversato soltanto da un possibile cambio di paradigma politico, ma anche da una trasformazione sociologica profonda. Accanto alla crisi di legittimità del sistema teocratico si è affermato un vero e proprio shift generazionale: una nuova classe di cittadini, urbanizzata, connessa, culturalmente informata, estranea alla retorica rivoluzionaria del 1979 e più orientata a standard globali di libertà individuale, diritti civili e integrazione internazionale. È in questo scarto tra establishment e nuove generazioni che si gioca oggi una parte decisiva del futuro dell’Iran.

Il nucleo più solido del consenso attorno al Principe Reza Pahlavi proviene proprio da questa fascia sociale: giovani urbani, istruiti, iperconnessi. Non è un dato secondario che la grande maggioranza delle vittime delle recenti repressioni – definiti dagli iraniani «martiri della libertà e della patria» – appartenga alle generazioni più giovani. Studenti, neolaureati, adolescenti: è su di loro che si è abbattuta con maggiore violenza la macchina securitaria del regime.

Nel Paese si è consolidata una frattura sempre più evidente tra vertice e base. Da un lato l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica, percepito dalla maggioranza della popolazione come distante, arroccato nei circuiti blindati del potere, nei bunker sotterranei, e responsabile ultimo delle operazioni repressive e dei massacri. Dall’altro un’opposizione che tenta di radicarsi nel tessuto sociale, intercettando rabbia, frustrazione e domanda di cambiamento.Un’opposizione che va progressivamente ricompattandosi attorno a simboli identitari forti, primo fra tutti la storica bandiera tricolore iraniana con l’emblema del Leone e Sole, divenuta nelle piazze il segno visibile di una rottura con l’iconografia ufficiale del regime islamico.

Quel vessillo, recuperato come richiamo alla continuità storica e nazionale pre-1979, si è trasformato in un elemento di coesione trasversale tra monarchici, repubblicani e laici. E sotto quella bandiera si consolida la leadership carismatica di Reza Pahlavi, percepito da una parte crescente dell’opinione pubblica come figura catalizzatrice di un fronte eterogeneo ma sempre più compatto nel comune obiettivo di superare l’attuale assetto teocratico.

Nel racconto che si diffonde tra i giovani iraniani, Khamenei incarna il volto di un sistema che spezza le vite e soffoca i sogni. Pahlavi, al contrario, costruisce la propria narrazione come interlocutore diretto di quella generazione: un leader che adotta il linguaggio dei diritti, che riconosce le ferite aperte della società e che propone una prospettiva di liberazione. È in questa contrapposizione simbolica, ma anche istituzionale, che si misura oggi la profondità dello scontro in atto nella società iraniana.




Amirsalar Khosravi e Zohreh Pakzad sono dell’Associazione Luce dell’Iran


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