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La rivolta dall’alto di Riyad

Perché Mohammed bin Salman frena sulla normalizzazione e sceglie la sopravvivenza interna

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min

La svolta saudita degli ultimi mesi non segnala smarrimento né oscillazioni emotive, bensì una scelta fredda e calcolata di chi ha deciso di guardare la realtà senza filtri ideologici. Mohammed bin Salman guida oggi il regno in un passaggio storico in cui i successi esterni, pur vistosi, non compensano le fratture che si allargano all’interno, dove la trasformazione promessa si rivela più lenta, costosa e politicamente pericolosa del previsto. È in questo spazio di tensione che va letta la distanza crescente dagli Accordi di Abramo, non come un ripiegamento ideologico, ma come una scelta di priorità. È fuor di dubbio che sul piano internazionale l’Arabia Saudita ha recuperato centralità. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto l’ombrello americano che negli anni precedenti appariva logoro, mentre l’indebolimento dell’asse iraniano ha ridotto la pressione strategica su Riyad, creando un margine di manovra che il principe ereditario ha usato per ridisegnare equilibri e alleanze. In questa finestra, il regno ha mostrato i muscoli nello Yemen, ha inasprito i rapporti con partner del Golfo quando gli interessi divergevano e ha esplorato intese militari con Turchia e Pakistan, muovendosi come un attore che vuole essere riconosciuto per autonomia e peso proprio.
Questo attivismo esterno, tuttavia, serve soprattutto a guadagnare tempo per la vera battaglia, quella domestica. La promessa di Vision 2030 (il piano strategico con cui l’Arabia Saudita punta a ridurre la dipendenza dal petrolio ristrutturando economia, società e ruolo dello Stato attraverso investimenti, privatizzazioni e riforme sociali), presentata come la leva capace di emancipare il Paese dalla dipendenza petrolifera, si scontra con dati che raccontano una storia più opaca. Gli investimenti esteri restano lontani dagli obiettivi annunciati, il Fondo sovrano ha visto ridursi drasticamente la liquidità disponibile e il bilancio pubblico continua a dipendere da un prezzo del greggio superiore a quello che il mercato offre stabilmente. In questo contesto, i grandi progetti simbolo vengono ridimensionati e l’entusiasmo iniziale lascia spazio a una prudenza che ha il sapore della necessità.
Il problema non è soltanto economico. La trasformazione sociale imposta dall’alto ha intaccato equilibri sedimentati, toccando interessi consolidati e autorità tradizionali che avevano garantito al potere una legittimazione diffusa. L’apertura agli stili di vita globali, l’ingresso più ampio delle donne nel mercato del lavoro e il tentativo di subordinare l’establishment religioso allo Stato hanno prodotto reazioni che non si misurano solo nelle statistiche, ma nel clima di resistenza silenziosa che attraversa settori della società. Ogni passo avanti sul terreno delle riforme genera un contraccolpo, e il principe lo sa, perché la storia della regione insegna che i cambiamenti troppo rapidi, se non accompagnati da risultati tangibili, rischiano di alimentare instabilità.
È qui che la questione della normalizzazione con Israele assume un significato diverso da quello attribuitole da molti osservatori esterni. Per Riyad, avanzare su quel fronte in questa fase significherebbe aggiungere un ulteriore fattore di attrito interno, offrendo ai critici un simbolo su cui concentrare il dissenso. Bin Salman non rinnega la logica di un Medio Oriente più integrato, ma comprende che il capitale politico necessario per compiere quel passo oggi serve altrove, a contenere deficit, a gestire aspettative crescenti e a evitare che la riforma diventi un boomerang.
Per Israele, questa lettura impone cautela. Considerare la stabilità saudita come un pilastro già acquisito significa sottovalutare la profondità delle tensioni che attraversano il regno e sopravvalutare la capacità di un centralismo forte di trasformare rapidamente una società complessa. La normalizzazione con Riyad resterebbe un risultato di enorme valore strategico, ma costruire su di essa certezze premature rischia di produrre illusioni. In una regione che cambia più velocemente delle sue promesse, l’unico atteggiamento realistico è riconoscere che, per il principe saudita, la sopravvivenza interna viene prima di ogni intesa simbolica, e che questa scelta, per quanto scomoda, è forse la più razionale tra quelle oggi disponibili.


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