Una rete clandestina che muove armi, denaro e fedeltà politiche dalla Turchia al cuore di Israele, passando per il Negev e finendo nelle mani degli operativi di Hamas in Cisgiordania. È questo il quadro emerso dall’indagine dello Shin Bet che, insieme alla polizia israeliana, ha smantellato un’organizzazione attiva nelle ultime settimane tra Kafr Qassem, Rahat e diversi snodi criminali della regione meridionale. Un’operazione che conferma ciò che gli apparati di sicurezza ripetono da mesi: Hamas non si affida più soltanto ai suoi canali in Giudea e Samaria, ma cerca appoggi dentro Israele e all’estero, con una predilezione crescente per la Turchia come base logistica e politica.
Il regista dell’intera struttura è Ahmed Tzarzur, cittadino israeliano originario di Kafr Qassem e stabilitosi da anni in Turchia, dove avrebbe messo a frutto relazioni familiari e sociali per reclutare complici e costruire un corridoio sotterraneo di fondi e armamenti. Secondo gli investigatori, Tzarzur dirigeva il sistema a distanza, sfruttando la relativa protezione offerta da Ankara, che continua a essere un hub privilegiato per figure legate a Hamas, nonostante le periodiche smentite ufficiali del governo turco.
La rete funzionava con una semplicità inquietante: i fondi, quantificati in centinaia di migliaia di shekel, venivano trasferiti dalla Turchia tramite criptovalute, poi convertiti in contante da cambiavalute israeliani compiacenti. Con quel denaro si acquistavano armi nel mercato nero del Negev, dove gruppi criminali beduini sono diventati negli ultimi anni un fornitore costante di pistole, fucili e munizioni. Infine, il materiale veniva contrabbandato verso la Cisgiordania attraverso piste collaudate, spesso le stesse usate per il traffico di droga e per il contrabbando di merci.
Gli arresti eseguiti negli ultimi giorni hanno coinvolto cittadini israeliani che, secondo lo Shin Bet, non agivano per ignoranza o per marginalità, ma con piena consapevolezza di sostenere l’infrastruttura terroristica di Hamas.
Le accuse che la procura si prepara a depositare includono supporto a organizzazione terroristica, trasferimento illecito di fondi, traffico d’armi e tentata collaborazione con agenti esteri ostili. Gli inquirenti non escludono ulteriori sviluppi, perché l’indagine ha toccato ambienti insospettabili sia nel settore arabo israeliano sia in quello ebraico, dove operano alcuni degli intermediari finanziari.
Sul piano geopolitico, il caso conferma la crescente centralità della Turchia nelle reti di sostegno internazionale a Hamas. Negli ultimi anni Ankara ha ospitato figure di primo piano dell’organizzazione, e più volte i servizi occidentali hanno segnalato attività di raccolta fondi, addestramento e coordinamento operate dal territorio turco. Il governo di Erdoğan nega sistematicamente, ma la quantità di operazioni israeliane che ricondiscono a cellule turche rende la smentita sempre meno credibile. Questo nuovo dossier non farà eccezione.
A rendere ancora più significativo il tempismo c’è un altro dato diffuso dalle autorità israeliane: nella Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese non rimangono più latitanti coinvolti in omicidi di civili israeliani. Tutti sono stati arrestati o neutralizzati nelle ultime settimane. Per Hamas, quindi, la necessità di rifornirsi dall’esterno diventa vitale, e la scelta di spostare la logistica in Turchia e dentro Israele è la prova della sua difficoltà strategica.
La rete Tzarzur dimostra una volta di più che la minaccia non è solo oltre la Linea Verde, ma scorre tra le crepe interne dello Stato, dove ideologia, crimine organizzato e denaro straniero possono intrecciarsi con rapidità sorprendente. Lo Shin Bet ha chiuso un canale ma la battaglia, quella vera, è impedirne la nascita di altri.
La rete turco-Hamas smascherata nel cuore di Israele
La rete turco-Hamas smascherata nel cuore di Israele

