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Il Punto. La Repubblica Ceca, tra memoria storica e realismo strategico

Un Paese piccolo che pensa in grande

Paolo Montesi

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Il Punto. La Repubblica Ceca, tra memoria storica e realismo strategico

Nel cuore dell’Europa centrale, lontana dalle tentazioni imperiali che hanno segnato la sua storia e insieme consapevole della propria vulnerabilità, la Repubblica Ceca si muove oggi con una lucidità che sorprende chi ancora la immagina come una semplice ex provincia dell’Est postcomunista. La fine della Cecoslovacchia nel 1993 non ha prodotto un ripiegamento, ma ha costretto Praga a costruirsi un’identità autonoma, politica prima ancora che culturale, dentro l’Unione europea e nella NATO, senza indulgere a illusioni neutraliste che in questa parte del continente suonano come ingenuità pericolose.

Il governo guidato da Petr Fiala, espressione di una coalizione di centrodestra, ha assunto una linea chiaramente occidentale nel conflitto russo-ucraino, collocandosi tra i sostenitori più convinti di Kiev non solo sul piano retorico ma attraverso forniture militari e un impegno diplomatico costante. Questa scelta non è frutto di entusiasmo ideologico, bensì della memoria storica di un Paese che nel 1938 fu sacrificato a Monaco e nel 1968 fu schiacciato dai carri armati sovietici. L’idea che la sicurezza europea possa essere garantita senza fermezza nei confronti di Mosca è percepita come una fantasia pericolosa, e ciò spiega perché Praga abbia spesso sollecitato una maggiore integrazione della difesa europea pur restando saldamente ancorata all’ombrello atlantico.

Sul piano economico, la Repubblica Ceca continua a essere una delle economie più dinamiche dell’Europa centro-orientale, con un settore manifatturiero che ruota attorno all’automotive e una crescente attenzione alle tecnologie avanzate. La dipendenza energetica dal gas russo è stata ridotta in tempi rapidi dopo il 2022, anche grazie a nuovi accordi per il GNL e a una cooperazione rafforzata con Germania e Polonia, benché il dibattito interno sui costi della transizione resti acceso. Il Paese non ha adottato l’euro e conserva la corona ceca, scelta che viene difesa come strumento di flessibilità in una fase di incertezza globale.

I rapporti internazionali si muovono lungo un asse pragmatico. Con Berlino esiste un intreccio economico inevitabile, mentre con Varsavia il dialogo si è intensificato sul fronte della sicurezza regionale. La Repubblica Ceca partecipa al gruppo di Visegrád, ma senza condividere le ambiguità illiberali dell’Ungheria di Viktor Orbán, dalle quali ha preso le distanze più volte in sede europea. Praga non si propone come potenza, tuttavia agisce come un attore consapevole che la propria credibilità dipende dalla coerenza delle sue scelte.

In questo quadro si colloca anche il rapporto con Israele, storicamente solido e talvolta più esplicito rispetto a quello di altri partner europei. La tradizione di sostegno risale alla nascita dello Stato ebraico, quando la Cecoslovacchia fornì armi decisive nel 1948, e si è consolidata negli ultimi anni attraverso cooperazione tecnologica, scambi economici e un allineamento politico che si è manifestato in sede europea con prese di posizione meno ambigue rispetto alla media continentale. Dopo il 7 ottobre 2023, Praga ha espresso un sostegno netto al diritto di Israele di difendersi, pur richiamando alla necessità di proteggere i civili palestinesi, cercando di tenere insieme principio e prudenza.

La Repubblica Ceca non è un gigante demografico né militare, ma è un Paese che ha imparato a leggere la propria storia senza vittimismo e a collocarsi nel presente senza complessi. In un’Europa attraversata da incertezze strategiche e da tentazioni di ripiegamento, Praga ricorda che la sicurezza non è un concetto astratto e che le alleanze funzionano solo quando vengono considerate vitali. È una lezione che nasce dall’esperienza e che oggi, nel mezzo di un continente inquieto, merita attenzione.


La Repubblica Ceca, tra memoria storica e realismo strategico