C’è una strana asimmetria, in queste settimane, che merita di essere guardata senza sconti e senza infingimenti. Da una parte una destra che, con fatica e non senza contraddizioni, prova finalmente a dire una frase che per decenni è stata impronunciabile senza balbettare: il fascismo fu complice della Shoah. L’ha detto Giorgia Meloni, apertis verbis, senza il solito contorno di distinguo da bar sport sul tipo “però anche…”, senza il riflesso pavloviano del “sì, ma”. Non basta, non cancella, non assolve, ma è un passo per uscire da quella pozzangheraccia viscida del “anche il fascismo ha fatto cose buone”, che più la si calpesta più ti incolla le scarpe.
Dall’altra parte, invece, una sinistra che sembra aver perso ogni istinto di sopravvivenza politica e morale, impigliata in una rete che si è tessuta da sola, nodo dopo nodo, slogan dopo slogan. Dopo aver esaltato, premiato, omaggiato figure come la signora Albanese, dopo aver strizzato l’occhio all’impudicizia propal più sfacciata, dopo aver imbracciato con entusiasmo i mitra retorici e immondi del “genocidio a Gaza”, ora si ritrova letteralmente in mezzo al guano. E non per colpa di una manciata di estremisti urlanti, ma per una scelta culturale e politica che ha fatto sistema.
Il paradosso è che dentro quel pantano ci sono anche persone perbene, serie, che provano a mettere un argine. Delrio, Picierno, e tanti altri che si sgolano, spiegano, argomentano, cercano di ricondurre il discorso alla realtà dei fatti, alla complessità, persino al buon senso minimo sindacale. Parlano di antisemitismo che rialza la testa, di parole che pesano, di responsabilità storica. Ma dal Nazareno niente. Silenzio, quando va bene. Muro di gomma, quando va male. Ogni appello rimbalza, ogni tentativo di correzione viene percepito come un fastidio, se non come un tradimento.
Il risultato è una casa costruita sull’orlo di un precipizio, con fondamenta fatte di parole d’ordine facili e indignazioni automatiche. Una casa che scricchiola, giorno dopo giorno, come a Niscemi, dove il terreno cede lentamente ma inesorabilmente. Solo che qui non si tratta di geologia, bensì di credibilità politica e di bussola morale. E quando crolla quella, non c’è protezione civile che tenga.
Qualcuno potrebbe pensare che, in fondo, ci sia sempre un paracadute, un fondo da cui risalire. Ma no, nemmeno quello. Non possono nemmeno illudersi di attingere ai fondi del ponte sullo Stretto, perché il fondo l’hanno già toccato da tempo, da quel dì in cui hanno deciso che l’odio antiebraico, purché travestito da causa universale, fosse una moneta spendibile. E come tutte le monete false, prima o poi presenta il conto. Salato. E senza resto.
La pozzanghera e il precipizio
La pozzanghera e il precipizio
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