Tutti ne parlano ma alla fine pochi la conoscono. La verità è che la Polonia attraversa una fase di ridefinizione politica che supera la semplice alternanza di governo e investe la collocazione stessa del Paese nello scenario europeo. Dopo anni segnati dall’esecutivo guidato da Diritto e Giustizia, caratterizzati da conflitti con Bruxelles sullo stato di diritto e sull’indipendenza della magistratura, le elezioni dell’autunno 2023 hanno aperto una stagione nuova con la coalizione centrista guidata da Donald Tusk, determinata a riallacciare i rapporti con le istituzioni comunitarie e a sbloccare i fondi europei congelati.
Il confronto con la Commissione europea, che aveva contestato le riforme giudiziarie varate dal precedente governo, rappresenta uno dei nodi centrali della politica interna. Varsavia ha avviato un percorso di revisione normativa volto a ripristinare standard considerati conformi ai principi dell’Unione, consapevole che l’accesso ai finanziamenti del Next Generation EU costituisce una leva decisiva per sostenere la crescita. L’economia polacca, che negli ultimi vent’anni ha registrato una delle performance più solide dell’Europa centro-orientale, affronta ora la sfida di mantenere competitività in un contesto segnato dall’inflazione e dall’aumento dei costi energetici.
Sul piano geopolitico, la guerra in Ucraina ha rafforzato il ruolo della Polonia quale attore chiave nel fianco orientale della NATO. Varsavia ha assunto una posizione di primo piano nel sostegno a Kiev, fornendo aiuti militari e accogliendo milioni di profughi, mentre investe in modo massiccio nel riarmo e nella modernizzazione delle proprie forze armate. Secondo dati ufficiali, la spesa per la difesa ha superato il 4 per cento del PIL, collocando il Paese tra i più impegnati dell’Alleanza atlantica. Questo orientamento riflette una percezione storica della minaccia russa che attraversa trasversalmente lo spettro politico polacco.
All’interno, tuttavia, il dibattito resta acceso su temi identitari e sociali. Le tensioni legate ai diritti civili, alla regolamentazione dell’aborto e al rapporto tra Stato e Chiesa cattolica continuano a dividere l’opinione pubblica. La nuova maggioranza tenta di smorzare lo scontro, pur dovendo fare i conti con un’opposizione conservatrice radicata e con una presidenza ancora espressione del precedente corso politico. Ne deriva un equilibrio istituzionale complesso, in cui ogni riforma richiede negoziazioni pazienti e un costante confronto parlamentare.
I rapporti con Israele hanno conosciuto negli ultimi anni momenti di attrito, soprattutto in relazione alla legislazione sulla memoria della Shoah e alle responsabilità storiche. Dopo le frizioni del 2018, quando una legge polacca suscitò critiche internazionali, si è assistito a un progressivo riavvicinamento diplomatico, culminato nel ripristino di un dialogo più stabile. La dimensione memoriale resta centrale nella società polacca, attraversata da una riflessione ancora aperta sul proprio passato durante l’occupazione nazista e nel periodo comunista.
Si può dire che la Polonia si trovi al crocevia tra integrazione europea e rivendicazione sovrana, tra apertura economica e difesa delle proprie tradizioni. Varsavia tenta di presentarsi come ponte tra Est e Ovest, valorizzando la propria crescita industriale e la centralità geografica, mentre affronta il compito di ricucire fratture interne che hanno segnato profondamente l’ultimo decennio. Il risultato di questa fase determinerà il profilo del Paese nei prossimi anni e la sua capacità di incidere negli equilibri di un’Europa attraversata da trasformazioni rapide e talvolta imprevedibili.
Il Punto. La Polonia, tra ritorno europeo e tensioni identitarie