Che cos’è
Nasce con lo Stato e ne segue tutte le fratture. È una poesia che passa dall’epica collettiva all’io ferito, dall’ebraico normativo a una lingua porosa e instabile. Più che celebrare, registra e interroga.
1948–anni ’50: fondare un “noi”
La prima generazione scrive per costruire identità e lingua. Il tono è alto, laico, nazionale.
Nomi chiave: Natan Alterman, Leah Goldberg, Avraham Shlonsky.
Temi: Stato, lavoro, guerra, rinascita. Goldberg introduce già una vena intimista.
Anni ’60: la svolta dell’io
Yehuda Amichai cambia tutto: lingua quotidiana, ironia, fragilità. Il mito nazionale viene umanizzato.
Accanto a lui: Dahlia Ravikovitch, Haim Gouri.
Dopo il 1967: la crepa morale
Alla vittoria segue il dubbio. La poesia si fa critica, inquieta e colpevole. Smessa la funzione consolatoria, resta quella interrogativa.
Anni ’80–’90: pluralità
Niente più voce unica. Entrano poesia mizrahì, femminile, queer, sperimentale.
Figure chiave: Yona Wallach, Ronny Someck, Agi Mishol. Entrano nel campo poetico temi come il corpo, la marginalità, l’identità.
Dal 2000 a oggi: lingua instabile
Si tratta di una poesia urbana, breve, spesso ibrida. La politica traspare come pressione di fondo, non come slogan e i temi riguardano la guerra, il trauma, la vita quotidiana, Tel Aviv e Gerusalemme come simboli opposti.
Perché conta
Perché dice prima degli altri ciò che Israele fatica a dire di sé.
In una frase
Se la narrativa racconta Israele, la poesia lo mette in discussione.
La poesia israeliana dal ’48 a oggi

