C’è una parola che La France Insoumise ama molto quando lancia iniziative di questo tipo, ed è “cittadini”, perché consente di rivestire di una patina democratica operazioni che sono in realtà profondamente politiche e accuratamente costruite. La petizione per chiedere la sospensione dell’accordo di associazione tra l’Unione europea e Israele, lanciata da meno di due giorni e già oltre le 140 mila firme, rientra perfettamente in questo schema, dal momento che utilizza lo strumento dell’iniziativa cittadina europea non per aprire un confronto serio sulle relazioni internazionali dell’Unione, ma per colpire simbolicamente e materialmente Israele, presentandolo come un caso isolato e fuori norma nello scenario globale.
L’accordo di associazione UE-Israele non è un dettaglio tecnico né un favore politico, ma il quadro giuridico che regola da anni scambi commerciali, cooperazione scientifica, programmi di ricerca, dialogo politico e relazioni economiche. Metterlo in discussione significa intervenire su un nodo centrale della politica estera europea, con conseguenze che andrebbero ben oltre il gesto dimostrativo evocato dai promotori. Ed è proprio questa sproporzione tra la complessità della posta in gioco e la semplificazione brutale del messaggio a rendere l’operazione di LFI particolarmente rivelatrice.
Nel testo depositato a Bruxelles, il mantenimento dell’accordo viene descritto come una forma di legittimazione e finanziamento di uno Stato accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, una formulazione che non solo anticipa il verdetto prima di qualsiasi accertamento giuridico, ma seleziona deliberatamente Israele come bersaglio unico, ignorando il contesto regionale, le responsabilità degli attori non statali e la molteplicità dei conflitti in corso nel mondo. Il fatto che l’iniziativa venga promossa mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulla crisi iraniana rafforza l’impressione di un riflesso ideologico che porta una parte della sinistra radicale europea a tornare ossessivamente su Israele, anche quando altre emergenze metterebbero in discussione categorie e slogan ben più scomodi.
I numeri delle firme raccontano inoltre una geografia politica precisa. La Francia guida nettamente la classifica, con oltre 79 mila adesioni, seguita a grande distanza da Italia e Spagna. Non si tratta solo di un dato quantitativo, ma del riflesso di un clima interno nel quale l’ostilità verso Israele è diventata, per alcuni settori politici, una scorciatoia identitaria utile a mobilitare consenso e a marcare differenze, soprattutto in vista di scadenze elettorali. In questo senso, la petizione appare meno come uno strumento di pressione sulle istituzioni europee, che peraltro sarebbero tenute solo a esaminare la richiesta senza alcun obbligo giuridico, e più come un’operazione di posizionamento politico interno.
Colpisce infine l’asimmetria morale che attraversa l’intera iniziativa.
L’Unione europea mantiene accordi di cooperazione e partenariato con Paesi che presentano bilanci sui diritti umani ben più compromessi, senza che questo susciti campagne analoghe né appelli alla sospensione immediata dei rapporti. Israele, invece, viene trattato come un’eccezione permanente, sottoposto a un metro di giudizio che raramente viene applicato altrove. È una scelta che dice molto meno su Israele e molto di più su chi la compie, perché rivela un modo di intendere la politica estera come terreno di battaglia ideologica, piuttosto che come spazio di responsabilità, equilibrio e realismo.
Dietro la retorica della partecipazione dal basso, la petizione di LFI si configura dunque come un atto politico coerente con una lunga tradizione di prese di posizione unilaterali, che riducono la complessità del Medio Oriente a un atto d’accusa e trasformano l’Unione europea in uno strumento di pressione selettiva. Un gesto che difficilmente produrrà effetti concreti sull’accordo, ma che contribuisce ad avvelenare il dibattito pubblico e a normalizzare un approccio punitivo verso Israele, presentato come se fosse l’unica chiave possibile per parlare di giustizia internazionale.
La petizione come arma politica: l’offensiva di LFI contro l’accordo UE-Israele
La petizione come arma politica: l’offensiva di LFI contro l’accordo UE-Israele

