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⌥ La periferia che comanda

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Per anni abbiamo pensato la guerra come una questione tra grandi potenze con tanto di Stati, eserciti regolari e strategie verticali. Poi arrivano gli Houthi, e tutto si incrina. Non hanno il peso economico di una nazione industriale, non hanno la forza militare di un esercito moderno, eppure sono in grado di colpire Israele, minacciare le basi americane e soprattutto mettere in discussione il Mar Rosso, una delle arterie vitali del commercio globale.

Un attore periferico, nato in un angolo marginale dello Yemen, può condizionare le decisioni di Washington, influenzare i prezzi dell’energia, costringere le flotte occidentali a ridisegnare le rotte? Ebbene sì. Il che ci dice anche che la gerarchia del potere, quella che abbiamo studiato per decenni, non funziona più.

La guerra contemporanea non si gioca più solo tra chi è più forte, ma tra chi riesce a disturbare di più. E disturbare oggi significa colpire nodi essenziali come uno stretto, un porto, una infrastruttura, una catena logistica. Conseguenza sgradevole: non serve vincere una battaglia ma basta rendere instabile il sistema ed è proprio qui che si capisce quanto il mondo sia cambiato.

Le grandi potenze continuano a pensare in termini di dominio, ma il campo è già occupato da chi lavora per sabotaggio. Non controllano il mondo, eppure possono bloccarlo.


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