Dove c’è un orologio che indica quante ore mancano al momento in cui la maledetta nazione nemica sarà spazzata via dalla faccia della terra? A Gerusalemme o a Teheran? Qual è lo Stato che ha finanziato Hamas, Hezbollah, Houthi, pasdaran iracheni perché attaccassero la maledetta nazione nemica? L’Iran o Israele? Qual è lo Stato che ha organizzato una strage nel territorio della maledetta nazione nemica, il piccolo Satana, nel momento che stava costruendo un accordo di pace in Medio Oriente e con l’India?
Si può lasciare a uno Stato che ha organizzato il terrorismo in tutto il Medio Oriente e che ha dimostrato la propria ferocia senza limiti massacrando in patria quarantamila giovani, ragazzi e ragazze che chiedevano un po’ di libertà, la facoltà di riprendere il tentativo di dotarsi di una bomba atomica e di missili balistici a lunga gittata con cui terrorizzare vicini e più lontani, e prepararsi così a un prossimo olocausto?
Gli Stati Uniti hanno tentato di risolvere con la trattativa la minaccia che l’Iran rappresenta per la pace in Medio Oriente e nel mondo, il regime omicida di Teheran non ha voluto trovare un accordo. L’amministrazione Trump si è trovata nelle stesse condizioni in cui era la Gran Bretagna nel 1938 a Monaco nelle discussioni con Adolf Hitler, e ha scelto la linea di Winston Churchill piuttosto che quella di Neville Chamberlain, consapevole che di fronte a una minaccia esistenziale, esitare alla fine è catastrofico.
Sono chiari i limiti della capacità diplomatica della attuale presidenza americana come sono spesso gravemente sbagliati gli approcci con gli alleati. Però le scelte di oggi appaiono necessarie soprattutto alla luce dei tentativi americani di appeasement degli ultimi venti anni che hanno costantemente aggravato la situazione mediorientale.
La nuova Casa Bianca non ha costruito dal gennaio 2025, data del suo insediamento, seri rapporti diplomatici con l’Unione europea e i suoi Stati membri, e ciò ha prodotto tra l’altro un certo sonnambulismo di opinioni pubbliche europee non aiutate a comprendere gli orientamenti degli Stati Uniti: era una reazione prevedibile. Speriamo che ciò serva di lezione a chi comanda oggi a Washington.
Però la posta mediorientale è troppo importante per farla gestire da risentimenti e paure.
Dal Libano alla Siria, da Gaza allo stesso Iraq, il terrorismo made in Teheran è sempre più isolato, pur con diversi malumori per la sbrigatività delle scelte americane, la gran parte delle nazioni musulmane (compresa l’importantissima Turchia) hanno ben presente chi può garantire loro un avvenire di pace: si consideri solo il livello di partecipazione al “Board of peace” a Gaza.
La sempre più integrata alleanza tra Stati Uniti e Israele con gli Stati del Golfo è in sé un fatto di rilevanza storica, ma va usato per aiutare a porre una scadenza all’intervento militare contro la minaccia iraniana, preferibilmente con un cambio di regime ma comunque con una leadership iraniana che rinunci ai mezzi per aggredire gli Stati dell’area come è sistematicamente avvenuto da decenni.
La situazione offre alcune occasioni interessanti: la Russia ha bisogno di trovare una via di uscita alla sua criminale avventura militare intrapresa in Ucraina e partecipare a una trattativa globale potrebbe essere nel suo interesse. Ma soprattutto la Cina non può permettersi quella crisi economica globale che Teheran cerca di provocare per far prevalere un fronte pro-appeasement negli Stati Uniti: con circa settecento milioni di cinesi sull’orlo della povertà, le crisi economiche sono una scommessa che il nuovo Impero celeste non può permettersi (per di più dopo aver decapitato lo stato maggiore delle forze armate con tutti i rischi che ciò comporta).
Anche per le scarse doti diplomatiche dell’amministrazione Trump un ruolo dell’Europa, della sua Unione, dei suoi Stati membri e della riavvicinata Gran Bretagna, sarebbe particolarmente importante.
Per esempio: c’è bisogno di tenere aperto lo Stretto di Hormuz e ciò corrisponde anche a un interesse strategico di una Cina che ha particolare influenza sull’Iran. Perché Bruxelles non prende subito un’iniziativa verso Xi Jinping e costruisce una soluzione perché vi sia libera circolazione nello stretto, magari in una prima fase escludendo le navi delle nazioni belligeranti (Usa, Israele e Iran)?
C’è bisogno di rafforzare le difese degli Stati del Golfo, in una situazione in cui americani e israeliani sono impegnati nelle loro complesse operazioni militari, perché l’Unione – se possibile anche con i britannici – non offre un suo straordinario aiuto militare (magari con un occhio anche a contrastare eventuali provocazioni degli Houthi)?
Mentre Washington e Gerusalemme sono concentrate sul fronte iraniano, perché non costruire un’alleanza tra Unione europea e Lega araba che prepari le forze adeguate a smilitarizzare e presidiare Gaza, Cisgiordania e Libano del Sud?
Dall’Azerbaigian al Bahrein fino allo stesso Iraq emerge sempre di più uno sciismo quietista che si contrappone a quello apocalittico iraniano: gli europei non possono far niente per agevolare queste tendenze quietiste?
La Turchia sta cambiando atteggiamento su come garantire la stabilità in Medio Oriente, l’Unione europea con proprie specifiche iniziative potrebbe e dovrebbe agevolare e consolidare questa svolta.
La ragionevole paura che condiziona gli europei non si contrasta assecondando la viltà ma avendo iniziative che, pur tenendo conto degli orientamenti impauriti delle opinioni pubbliche, aiutino a superare nel modo possibile i fattori di crisi presenti.
La partita iraniana e il silenzio dell’Europa