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⌥ La pace o i condizionatori

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C’è un punto, nelle nostre latitudini, in cui la guerra smette di essere un fatto e comincia a diventare un fastidio. Ciò non accade quando iniziano i bombardamenti, né quando saltano i trattati, ma quando smette di funzionare l’aria condizionata. È lì che la morale occidentale mostra la sua unità di misura reale: non i morti, non le città rase al suolo, ma i gradi percepiti.

Finché il getto d’aria fresca continua a uscire dalle bocchette, la guerra resta un dibattito. Si può discutere, firmare appelli, indignarsi a bassa intensità tra un aperitivo e una riunione su Zoom. Il mondo brucia, in modalità silenziosa. Basta un blackout, una crisi energetica o una bolletta che raddoppia, e improvvisamente la pace diventa urgente non per gli altri, ma per noi.

Non è cinismo ma semmai struttura. Abbiamo costruito una civiltà che scambia il comfort per stabilità e la stabilità per virtù e così la guerra è lontana finché non attraversa i nostri consumi, finché non entra nei nostri salotti sotto forma di caldo insopportabile o di freddo che non si può più pagare. A quel punto non chiediamo più chi ha ragione, ma vogliamo solo che finisca, costi quel che costi (agli altri).

Siamo su un palcoscenico arredato da scenografi della morale che usano parole alte, ideali flessibili, indignazioni un tanto al chilo e molto selettive. I principi sono dichiarati irrinunciabili e nobilissimi, basta che che il pieno non costi quanto una cena per quattro in un buon ristorante. Perché se è così allora la pace smette di essere un valore universale diventa subito una necessità personale.

La verità, che ci raccontiamo poco, è che non siamo contro la guerra ma contro il disagio. E quando il disagio supera una certa soglia, diventiamo improvvisamente pacifisti non per convinzione, ma per temperatura.


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