C’è un antisemitismo di ritorno che non urla più slogan rozzi nelle piazze, non lancia sassi contro le sinagoghe, non insulta apertamente gli ebrei. È un antisemitismo di fase 2: più sottile, più subdolo, più affilato. Una forma insinuante, che veste il cachemire della critica politica, il dolcevita da opinione culturalmente accettabile, da indignazione “morale”. E proprio per questo è più pericolosa: perché non si presenta per ciò che è.
Mentre c’è chi lavora alla pace, con Israele impegnata a consolidarla e tutto il mondo arabo moderato che preme per il disarmo definitivo di Hamas, in Italia sembra che qualcuno non riesca a mandarla giù. È in questo clima che Massimo Gramellini invita nel suo programma In altre parole il critico d’arte Tommaso Montanari, un intellettuale che negli ultimi anni ha imboccato una deriva da predicatore moralista, occupandosi di tutto tranne che di arte.
Montanari apre così: «Fanno di tutto per non parlare di Gaza». E rincara: «Non mi fa dormire la notte». Ma il colpo più basso arriva subito dopo: «C’è perfino una associazione che si chiama Sinistra per Israele, come se ai tempi della guerra mondiale ci fosse stata una associazione di amici della Germania». In quattro parole, l’oscenità è servita: assimilare Israele alla Germania nazista. Una mostruosità retorica che, in qualunque altro contesto, verrebbe immediatamente respinta come inaccettabile.
Di fronte a lui, disteso – per non dire sdraiato – sulla poltrona, Gramellini sorride. Ventisette anni a La Stampa, di cui è stato anche vicedirettore, e un armamentario notevole di parole a disposizione: non è bastato. Non è riuscito a pronunciare una condanna semplice, netta, necessaria della violenza propalestinese che ha devastato il suo ex giornale. Non una parola sul raid pro-Hamas nella redazione torinese, una vera e propria intimidazione politica contro un quotidiano. È come se Gramellini fosse colpito da una sorta di sindrome di Stoccolma: invece di chiedere indagini rapide e pene severe, sembra l’ostaggio che giustifica i suoi sequestratori.
Parlare di quello che è accaduto a Torino è difficile, perché La Stampa non ha certo difeso Israele negli ultimi due anni. Al contrario: ne ha fatto spesso un bersaglio, adottando una narrazione colpevolistica che ha dipinto lo Stato ebraico come un pozzo di ogni nequizia. Questa posizione, anziché proteggerla, ha finito per esporre la redazione: quando si normalizza la demonizzazione di Israele, prima o poi qualcuno decide che la violenza è legittima.
Eppure, a In altre parole, non una parola su un altro episodio gravissimo: le dichiarazioni di Francesca Albanese. La relatrice ONU ha condannato la devastazione della redazione torinese, certo, ma subito ha aggiunto la sua immancabile subordinata: li condanno, «ma al tempo stesso che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro». Parole incredibili, indecorose. Un messaggio distorto: la violenza sarebbe sbagliata, ma la stampa – secondo lei – se l’è un po’ cercata. Una posizione che la premier Giorgia Meloni ha giustamente definito «gravissima».
Questa è la fase 2 del nuovo antisemitismo: non più la caricatura grezza delle manifestazioni rabbiose, ma un antisemitismo mascherato, rispettabile, travestito da opinione critica. È quello che minimizza l’attacco alle redazioni, che paragona Israele al nazismo, che giustifica la furia militante come “avvertimento”. Un antisemitismo che scava nel linguaggio, altera le categorie morali, erode la percezione della realtà.
È un antisemitismo che non vuole farsi vedere, ma vuole farsi sentire. E, purtroppo, ci riesce.
La nuova ondata dell’antisemitismo, in altre parole
La nuova ondata dell’antisemitismo, in altre parole

