La Norvegia continua a presentarsi come una democrazia solida e un’economia prospera, capace di coniugare un welfare generoso con una gestione accorta delle proprie risorse naturali, ma il contesto internazionale degli ultimi anni l’ha spinta fuori da quella zona di relativa discrezione che per lungo tempo aveva caratterizzato la sua politica estera. Il conflitto in Ucraina ha riportato al centro del dibattito europeo il ruolo energetico di Oslo, che è divenuta il principale fornitore di gas dell’Unione europea dopo la drastica riduzione delle forniture russe, e questa nuova centralità ha accresciuto il peso politico del Paese pur esponendolo a pressioni e responsabilità crescenti.
L’economia norvegese beneficia ancora dei proventi del petrolio e del gas del Mare del Nord, convogliati nel più grande fondo sovrano al mondo, il Government Pension Fund Global, che investe su scala globale con criteri sempre più attenti alla sostenibilità. Tuttavia, la discussione interna è attraversata da una tensione evidente tra la volontà di guidare la transizione energetica e la consapevolezza che proprio gli idrocarburi hanno garantito prosperità e stabilità sociale. Il governo laburista di Jonas Gahr Støre si muove su questo crinale, difendendo l’industria energetica mentre promette investimenti massicci nelle rinnovabili e nell’elettrificazione.
Sul piano della sicurezza, la Norvegia è membro fondatore della Nato e condivide con la Russia un confine nell’Artico che ha assunto una rilevanza strategica crescente. L’inasprimento dei rapporti con Mosca ha rafforzato la cooperazione con gli Stati Uniti e con i partner nordici, in particolare con la Finlandia e la Svezia dopo il loro ingresso nell’Alleanza atlantica. L’Artico, con le sue rotte marittime e le sue risorse, rappresenta uno spazio di competizione che Oslo osserva con attenzione, cercando di preservare un equilibrio tra deterrenza e stabilità regionale.
La Norvegia, pur non essendo membro dell’Unione europea, partecipa al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo e mantiene un legame stretto con Bruxelles, anche se difende con decisione la propria autonomia in settori chiave come la pesca e l’agricoltura. Questa posizione le consente una certa flessibilità diplomatica, che Oslo ha spesso utilizzato per ritagliarsi un ruolo di mediatore nei conflitti internazionali.
È proprio su questo terreno che si inserisce la relazione con Israele, storicamente segnata da un’ambivalenza che risale agli Accordi di Oslo del 1993, negoziati in territorio norvegese e rimasti nell’immaginario come il simbolo di un possibile compromesso tra israeliani e palestinesi. Negli ultimi anni, tuttavia, i rapporti bilaterali hanno conosciuto fasi di tensione. La Norvegia è tra i principali finanziatori dell’Autorità Palestinese e sostiene attivamente la soluzione dei due Stati, posizione che l’ha portata a esprimere critiche esplicite verso le politiche israeliane nei territori contesi.
Dopo il 7 ottobre 2023, il governo norvegese ha condannato l’attacco di Hamas, ma ha mantenuto un tono severo nei confronti della risposta militare israeliana a Gaza, chiedendo il rispetto del diritto internazionale umanitario e sostenendo iniziative diplomatiche per un cessate il fuoco. Nel 2024 Oslo ha riconosciuto formalmente lo Stato di Palestina, una decisione che ha irrigidito ulteriormente i rapporti con Gerusalemme e che è stata interpretata come un segnale politico forte in un momento di grande polarizzazione internazionale.
All’interno, il dibattito pubblico riflette una sensibilità diffusa verso le questioni dei diritti umani e una presenza attiva di organizzazioni della società civile impegnate sul Medio Oriente, mentre la comunità ebraica norvegese, numericamente ridotta ma radicata, segue con attenzione l’evoluzione del clima politico e sociale.
La Norvegia resta un Paese stabile e ricco, capace di esercitare influenza ben oltre le sue dimensioni demografiche, ma la sua scelta di intervenire nel dibattito mediorientale con prese di posizione nette comporta costi diplomatici che non possono essere ignorati. In un mondo sempre meno disposto a riconoscere neutralità di facciata, anche Oslo deve misurare con precisione le conseguenze delle proprie decisioni, consapevole che il prestigio accumulato negli anni può essere rafforzato o eroso a seconda della coerenza tra principi proclamati e scelte concrete.
Il Punto. La Norvegia tra petrolio e diplomazia