La Moldavia è uno di quei Paesi che finiscono raramente nelle prime pagine ma che, osservati da vicino, raccontano molto delle tensioni che attraversano l’Europa orientale. Piccola, povera, schiacciata tra Ucraina e Romania, la repubblica ex sovietica vive da anni in un equilibrio instabile, segnato dal conflitto congelato della Transnistria, da un’economia fragile e da una lotta politica costante tra spinte filo-europee e nostalgie filorusse che non sono mai davvero scomparse.
A guidare oggi il Paese è Maia Sandu, presidente dal 2020 e figura simbolo della svolta occidentale, sostenuta da una maggioranza parlamentare che ha fatto dell’integrazione europea il proprio asse strategico. Sandu ha ereditato uno Stato logorato da decenni di corruzione sistemica, da istituzioni deboli e da una dipendenza energetica che Mosca ha usato a lungo come leva politica, e ha provato a invertire la rotta puntando su riforme giudiziarie, trasparenza amministrativa e allineamento progressivo agli standard dell’Unione europea. Il percorso è tutt’altro che lineare, perché ogni passo avanti incontra resistenze interne, campagne di disinformazione e tentativi di destabilizzazione che sfruttano il malcontento sociale.
Dal punto di vista economico la Moldavia resta uno dei Paesi più poveri del continente, con un Pil pro capite basso, una forte emigrazione e un sistema produttivo ancora legato all’agricoltura, in particolare vino e prodotti alimentari, settori vulnerabili agli shock esterni e ai mercati. La guerra in Ucraina ha aggravato le difficoltà, facendo salire i prezzi dell’energia e mettendo sotto pressione un bilancio pubblico già fragile, mentre i fondi europei e il sostegno finanziario internazionale hanno evitato il collasso ma non possono, da soli, risolvere problemi strutturali accumulati in trent’anni.
Sul piano internazionale Chișinău ha scelto con chiarezza la direzione europea, ottenendo lo status di Paese candidato all’Unione e rafforzando la cooperazione con Bruxelles e Washington, pur senza aderire ad alleanze militari come la Nato, scelta dettata anche dalla presenza della Transnistria e delle truppe russe ancora di stanza sul territorio. La Russia continua a esercitare influenza attraverso i media, i partiti locali e la leva energetica, ma il margine di manovra si è ridotto rispetto al passato, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina che ha reso più esplicita la posta in gioco.
In questo quadro complesso, i rapporti con Israele restano un capitolo meno visibile ma non secondario. La Moldavia e Israele intrattengono relazioni diplomatiche corrette, basate su cooperazione economica, tecnologica e su un dialogo politico pragmatico, privo di clamori. Esiste una comunità moldava significativa in Israele, frutto delle migrazioni degli anni Novanta, che funge da ponte umano tra i due Paesi, mentre Chișinău mantiene un atteggiamento generalmente equilibrato nelle sedi internazionali, evitando automatismi ideologici e cercando di non compromettere i rapporti con nessuno dei propri partner.
Per la leadership moldava Israele rappresenta soprattutto un modello di innovazione in settori come l’agricoltura avanzata, la gestione delle risorse idriche e le tecnologie, ambiti cruciali per un Paese che deve modernizzarsi rapidamente per ridurre il divario con l’Europa. Non mancano contatti sul piano della sicurezza e dello scambio di competenze, anche se sempre con un profilo basso, coerente con la scelta moldava di non esporsi troppo su dossier sensibili.
La Moldavia di oggi è dunque un Paese in transizione permanente, sospeso tra la promessa europea e le fragilità interne, tra la necessità di riformarsi e il rischio di scivolare indietro sotto il peso di pressioni esterne e crisi sociali. Il futuro dipenderà dalla capacità della sua classe dirigente di tenere la rotta senza perdere il consenso di una popolazione stanca ma consapevole che restare immobili, in questa parte d’Europa, significa esporsi a rischi ben più grandi.
La Moldavia sospesa tra Europa e pressioni esterne

