C’è qualcosa di insopportabile nel rito civile del 27 gennaio quando diventa un automatismo, una liturgia stanca, un palcoscenico dove gli stessi che per 364 giorni tollerano, giustificano o strizzano l’occhio all’odio antiebraico improvvisamente si mettono la kippah dell’anima e versano lacrime a comando. Lacrime sicure, comode, a bassissimo rischio morale. Perché piangere gli ebrei morti è facile, non contraddice nulla, non costa nulla. Mentre sono gli ebrei vivi un problema.
In questo teatrino dell’ipocrisia, la scelta di Simone Caffaz ha il valore raro e prezioso della coerenza. Caffaz è un consigliere comunale a Carrara, fa politica lì, sul territorio, senza le protezioni del grande palcoscenico nazionale, e proprio da lì ha deciso di dire una cosa semplice, quasi brutale nella sua linearità: a questa sceneggiata io non partecipo. Non perché la Memoria non conti, ma proprio perché conta troppo per essere ridotta a foglia di fico da chi, nel resto dell’anno, non muove un dito contro l’antisemitismo quando si manifesta in forme nuove, rispettabili, travestite da militanza, da cause alte, da indignazione selettiva.
Il punto non è “disertare” il Giorno della Memoria. Il punto è smascherare l’uso tossico che se ne fa. Perché se il 27 gennaio diventa l’alibi perfetto per lavarsi la coscienza, per dire “noi c’eravamo” e poi tornare, il 28, a frequentare ambienti, slogan e compagnie che l’odio lo coltivano e lo normalizzano, allora sì: quel giorno smette di essere Memoria e diventa una caricatura.
Caffaz non ha fatto un gesto comodo. Non ha scelto la posizione che fa battere le mani. Ha scelto quella che disturba, che mette a disagio, che rompe il meccanismo. Ha ricordato, implicitamente ma con forza, che la Memoria non è un evento, non è una cerimonia, non è una corona di fiori. È una linea di condotta. È ciò che fai quando l’antisemitismo non è storico ma attuale, non è esplicito ma mimetizzato, non arriva con gli stivali ma con le parole giuste.
C’è chi dirà che così si divide, che così si polemizza, che “non è il giorno”. È la solita scusa. In realtà è proprio questo il giorno giusto per dire che le lacrime, se non sono accompagnate da una coerenza quotidiana, non valgono nulla. Anzi, offendono.
Chapeau, davvero. Perché in tempi di solidarietà a scadenza, di commozione a uso e consumo, di memoria ridotta a merchandising morale, scegliere di non salire sul palco, da Carrara e senza rete, è un atto politico e civile. E, paradossalmente, è uno dei modi più seri di prendere sul serio la Memoria.
La memoria è una cosa seria e Caffaz lo sa
La memoria è una cosa seria e Caffaz lo sa
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